Capitolo 2
Le Vidiane erano creature
pericolose, si diceva fossero in grado di ammaliare qualsiasi uomo.
Con le loro arti magiche trasformavano i sogni in ossessioni,
spingendo gli sventurati ad uccidere per ottenere un briciolo di
paradiso. Giocavano con le deboli anime mortali, divertendosi ad
osservare padri massacrare la propria famiglia, madri affogare i
figli e fratelli ammazzarsi a vicenda.
Le Vidiane facevano leva
sulle emozioni più brutali dell'uomo; gelosia, odio, invidia,
rabbia, disperazione, e godevano della loro sofferenza.
Da sempre raffigurante
come donne nascoste sotto pesanti veli, le Vidiane erano in realtà
un tipo di arbusto. Una pianta delicata che cresceva ai margini dei
ruscelli, non erano oscure parole sussurrate la notte a stregare gli
ingenui uomini, ma i loro brillanti e vivaci fiori.
La morte veniva portata
in casa quasi sempre dalle bambine, che ne facevano ghirlande da
donare alla propria madre. Una volta entrate nella vita domestica le
Vidiane facevano di tutto per distruggere le famiglie.
Cominciavano dalle
moglie, le più vulnerabili al loro influsso, sussurrando parole di
tradimento e inganno. Rendevano i comportamenti dei loro mariti
sospetti, come se stessero di nascondere un'amante.
Passavano poi agli uomini
di casa, estenuavano il malcontento della giornata, li conducevano
sulla via dell'alcol e della violenza, poteva trasformare il più
mite in un feroce ubriacone.
Conquistato anche il capo
famiglia, si lavoravano i figli. I sogni della fanciullezza
diventavano desideri ossessivi, ciò che non riuscivano ad ottenere
lo rubavano. I figlioletti uccidevano per i balocchi dei loro amici,
le fanciulle che scoprivano per la prima volta l'amore si
comportavano come cagne in calore, sempre a cercare qualcuno che
potesse soddisfarle.
Nel giro di due mesi la
Vidiana distruggeva un'intera famiglia, i figli maschi portati al
patibolo, le madri morte suicide, le figlie sulla strada e i padri
affogati nell'alcol. »
I bambini piansero quando
Alasdair finì di raccontare la storia.
Il cacciatore si guardò
attorno confuso, non capiva dove avesse sbagliato, a lui le favole
della buonanotte non gli avevano mai fatto quell'effetto.
Una madre portò via i
suoi figli dal cacciatore, lanciandogli un'occhiata furente, poi un
uomo, rosso di pelo, grosso quanto un orso gli si avvicinò.
Scosse la testa e salutò
Alasdair con un sorriso.
« Ma una storia di
principi e principesse? » gli chiese, poi proruppe in una risata.
Il cacciatore rise a sua
volta.
« Non sono tagliato coi
bambini. »
« Me ne sono accorto,
Acacia e Rose faranno incubi per almeno un mese. »
« Chiedi scusa a Lya da
parte mia, non volevo spaventarli. »
L'omone invitò Alasdair
al tavolo vicino al focolare, i ceppi schioppettavano nel camino
allontanando il freddo dell'inverno.
« E dimmi come stanno
Oak, Violet e Margary? »
« Oak cresce forte come
suo padre, ma non ha il mio stesso carattere. Il ragazzo si sta
mettendo nei guai insieme ad altri suoi amici. »
« È una fase, tutti i
ragazzi ci passano. »
« Lo spero. Violet è
partita per la città a studiare. Non le è mai piaciuta la vita dei
boscaioli, vuole qualcosa di più e non intende sposarsi. A quasi
vent'anni, fra poco nessuno la vorrà più.
Tutt'altro tipo è
Margary, adesso è a casa di amiche ad imparare le buone maniere,
tutto suo madre per certi versi. » come se l'avesse invocata Lya
apparve dalla porta.
« Stanno dormendo. »
disse lanciando uno sguardo di fuoco ad Alasdair.
« Lya, non volevo... »
La donna lo interruppe
con un sorriso luminoso.
« Stia tranquillo
Alasdair, a Rose e Acacia piacciono sempre le sue storie strane. »
« Quando ti hanno visto
arrivare dalla finestra non riuscivo a farli smettere di saltare. »
aggiunse l'omone, prese un bicchiere di vino e lo mandò giù come
fosse acqua.
« Hystro, amore mio,
dove sei stato tutto il giorno? » chiese dolcemente Lya.
Il marito indicò il
cesto pieno di legna, poi si versò altro vino e lo ingollò. La
donna gli baciò il capo e lasciò che i due uomini discutessero dei
loro problemi.
« Hystro ho un paio di
domande da farti. Per caso in queste ultime settimane ci sono state
misteriose sparizioni di bestiame? »
Il capo famiglia si
grattò la barba rossastra, il fuoco incendiava la sua faccia
facendolo assomigliare a un diavolo.
« Se non mi sbaglio, due
villaggi ad ovest da qui un pastore ha detto di aver visto un
pipistrello rubargli tutte le capre, ma non fidarti troppo della
parola di Joan, è un vecchio ubriacone. »
Alasdair si alzò da
tavola soddisfatto, raggiunse la porta e prima di aprirla Hystro lo
fermò.
« Questo lavoro ti sta
uccidendo Ala. Dovresti fermarti e mettere su famiglia, Violet pensa
ancora a te e Margary sta diventando grande in fretta. »
Il cacciatore si voltò
verso l'amico ridendo.
« Ogni volta la solita
storia. Hystro, per quanto siano belle le tue figlie non le sposerò
mai. »
Il boscaiolo rispose
scuotendo la testa.
« Dovresti proprio
fermarti. »
« Forse, ma non questa
notte. Addio Hystro e abbi cura della tua famiglia. »
Alasdair si allontanò
dalla casa sotto la tempesta di neve, il freddo gli era sempre
piaciuto, lo teneva sveglio. Trovò un riparo per la notte e accese
un piccolo fuoco, da Hystro aveva preso quattro ceppi di legna e
l'esca per le fiamme. La tirò fuori dallo zaino, una pianta dai
fiori brillanti e vivaci, la scintilla dell'acciarino divampò in un
allegro fuocherello, bruciando ciò che rimaneva della Vidiana.
Era colpa di Roa se non
sopportava i cavalli. Il vecchio maestro li riempiva di botte se li
vedeva salire, solo per sbaglio, su una di quelle bestie.
Alasdair ricordava
benissimo la volta in cui lui e Ryestraw avevano gareggiato contro.
Avevano rubato i cavalli dei corrieri reali e si erano dati alla
pazza gioia. Li avevano spronati sino a farli stancare, poi Ala per
sbaglio ne aveva azzoppato uno, fu la paura di Roa a non farli
tornare indietro.
Rimasero nella foresta
per circa quattro giorni, vivendo di quello che trovavano, poi il
vecchio cacciatore apparve dal nulla con un randello in mano.
« Pensavate veramente di
poter nascondermi le vostre tracce? » chiedevano mentre il bastone
colpiva ripetutamente i due ragazzini.
Tornarono nella piccola
casa sanguinolenti e con qualche costola rotta, Roa li chiuse nella
latrina e non videro la luce del giorno per almeno due settimane.
Alasdair lo aveva odiato
per quello che gli aveva fatto, poi scoprì che il vecchio si era
preso la completa responsabilità della morte del cavallo reale e una
dose di frustate. Da quel giorno il cacciatore si teneva alla larga
da quegli animali.
« Ho detto che non lo
voglio! » continuava a ripetere Alasdair al mercante.
« È un'offerta
incredibile, questo cavallo viene dalla Terra delle Meraviglie! »
« La venda a
qualcun'altro! » eppure la bestia era ben fatta, i muscoli forti e
allenati, inoltre ne aveva bisogno.
Era la terza volta che si
lasciava sfuggire il misterioso pipistrello, la preda era molto più
veloce di lui. Si muoveva senza problemi di giorno e ancora meglio di
notte, quando il cacciatore arrivava in un villaggio lui era già
scomparso.
« Mi voglio rovinare! È
suo per cinque corone d'argento! »
Non era forse giunto il
momento di superare i traumi dell'infanzia, Alasdair si era
addentrato nel territorio dei Figli dei Fiori proprio per trovare una
cavalcatura che fosse in grado di seguire il misterioso divoratore di
capre.
Mise mano al borsello e
tirò fuori le cinque sonanti corone d'argento, il venditore di
cavalli, un ometto rubicondo e sporco, le guardò avide.
« Lei è un signore
lungimirante! Non se ne pentirà! » disse mentre si affrettava a
prendere i denari e consegnare l'esemplare.
Alasdair ignorò i suoi
apprezzamenti, strinse le redini della bestia e tirò dritto, aveva
ciò che voleva ora poteva anche andarsene. I Figli dei Fiori lo
mettevano sempre a disagio, creature non del tutto umane, che
vivevano in una strana simbiosi con la natura. Abitavano nelle
cortecce degli alberi, bevevano la linfa delle piante, non lasciavano
tracce sul sentiero e si raccontava che corressero nel vento. Una
volta gli avevano affidato il compito di catturarne uno, perché
andava in giro a deflorare le figlie dei contadini, non ci era ancora
riuscito.
Ti ingannavano con la
magia nelle loro parole, bastava guardarli un attimo negli occhi per
essere in loro potere, più infidi degli uomini, ma anche più
generosi e benevoli.
L'animale al suo seguito
tirò uno strattone che per poco non lo fece volare per terra.
« Odio i cavalli. »
sibilò Alasdair ricomponendosi.
« Che hai? » chiese
voltandosi verso la cavalcatura, la bestia gli ragliò contro.
Il cacciatore imprecò
sommessamente, lo avevano fregato. Aveva pagato cinque corone
d'argento un ciuco che valeva meno di mezza moneta di rame, una voce
nel vento rise di lui.
Alasdair liberò l'asino
dalle briglie e lo lasciò libero, la bestia sarebbe morta per colpa
sua durante la caccia e la Dea non glielo avrebbe mai perdonato.
Si allontanò il più in
fretta possibile dal territorio dei Figli dei Fiori, sperando di
riuscire a recuperare il tempo perso, il pipistrello doveva essere
fermato prima di scoprire che la carne umana era migliore di quella
di capra.
Impiegò un mese per
trovare un'altra traccia della preda, un villaggio completamente
massacrato. Le autorità locali avevano incolpato le bande che
razziavano i paraggi, ma Alasdair sapeva che si trattava del suo
uomo. I segni lasciati sulle porte erano quelli degli artigli del
pipistrello, notò con timore che la bestia era cresciuta rispetto
all'ultimo avvistamento. Se prima ghermiva le vittime solo con le
zampe posteriori ora le assaliva anche con le anteriori. Da predatore
istintivo stava diventando velocemente un cacciatore intelligente,
avevano trovato gli abitanti tutti divisi gli uni dagli altri.
Aveva poco tempo per
agire e nessuna idea di dove fosse diretto.
« Per caso giorni dopo
l'attacco al villaggio avete sentito casi di sparizione di bestiame?
» il cacciatore sperava che le vecchie abitudini non fossero morte.
« Sì, su a nord. Hanno
avvistato un grosso lupo che fa disastri tra i pastori. » rispose
intontito lo sceriffo Hagg. « Se lo ammazzi ci fai un favore. »
« Vedrò cosa posso
fare. »
Il pipistrello stava
cambiando modo di agire, non solo era diventato più intelligente, ma
ora attaccava anche da terra e, per quanto fosse agile, doveva aver
lasciato delle tracce.
Se da un lato era
preoccupato per la vita delle persone, dall'altro era felice come non
mai, una preda così intelligente non gli capitava da molto, chissà
se sapeva di essere seguito.
Il nord era una terra
dura, fatta di e per gente dura. Non c'erano grandi pianure fertili
come nel resto del continente, le uniche piante che crescevano erano
una specie altamente velenose delle ortiche. Gli uomini e le donne
del nord vivevano prevalentemente di caccia e si trovava a
rivaleggiare ogni giorno coi leoni delle rocce. La selvaggina
scarseggiava e la lotta per la supremazia era aspra, chi non riusciva
ad occuparsi di sé stesso veniva lasciato morire, i vecchi e i
mutilati bevevano il succo estratto dalle ortiche per liberare le
famiglie dal loro peso.
Molti avrebbero
considerato la gente del nord come dei barbari privi di anima, ma non
Alasdair. Quella era la sua terra, i cieli che aveva visto da
ragazzino, le aspre rocce che lo avevano accolto nei suoi primi anni
di vita. Amava quella vita, per quanto fosse dura, poi arrivò il
giorno in cui sua madre lo vendette per una dose di erba sogno e
allora non vide più il nord.
L'uomo cercò di
scacciare quei pensieri, aveva un compito da portare a termine e
doveva essere più che concentrato.
Si chiedeva cosa volesse
il pipistrello dal nord, non c'era abbastanza cibo per sfamarlo, né
alberi come riparo, non aveva senso dirigersi. L'unica cosa di
rilievo in tutta la desolazione erano le pergamene di Hitò, i rotoli
che l'antico Dio aveva lasciato alla sua gente, ma cosa poteva
farsene una bestia assetata di sangue di vecchi fogli di carta?
Il paesaggio cambiò
rapidamente, i pochi boschetti vennero rimpiazzati da sporadici
alberi spogli e malati, il terreno si trasformò in nuda roccia, dove
solo il più abile dei cacciatori poteva seguire le tracce. Alasdair
le vedeva chiaramente, la sua preda non poteva sostenere il volo per
lunghi tratti, aveva bisogno di riposarsi dopo una trentina di metri.
Sino ad allora gli alberi
lo avevano aiutato, ma ora si trovava nella terra di Alasdair, dove
solo i più forti sopravvivevano. Le tracce della bestia si facevano
sempre più vicine, il pipistrello aveva capito che volare lo avrebbe
solo stancato, questo spiegava la variazione del comportamento.
« Hai scelto il
cacciatore sbagliato. Potevi ingannare chiunque, ma non me. » pensò
a voce alta Ala.
La sua caccia proseguì
per altri tre giorni, il cacciatore si alzava un'ora prima dell'alba,
non voleva perdere nemmeno un secondo di luce, e si coricava solo
quando il sole veniva inghiottito dal tramonto. Il cibo scarseggiava
e il freddo si faceva sempre più opprimente, era stato uno sciocco a
non equipaggiarsi per il nord, ma non si sarebbe mai aspettato che la
sua preda si fosse spinta così lontano.
Il quarto giorno si nutrì
di un leone delle rocce, lo mangiò crudo, non poteva permettersi di
cucinarlo, sapeva di essere vicino al pipistrello e non aveva
intenzione di lasciarselo sfuggire ancora.
A metà giornata una
brezza proveniente da est lo fece imprecare sonoramente. Studiò
meglio le tracce, la loro traiettoria e la strana presenza di un
vento diverso. Possibile che il pipistrello lo avesse ingannato, che
per tutto questo tempo stesse seguendo una falsa pista?
La risposta arrivò un
istante dopo, quando dal cielo calò un'ombra scura.
Alasdair rotolò su un
fianco evitando gli artigli aguzzi del pipistrello, dopo tanto tempo
poté vedere la sua preda.
Sembrava un uomo, ma era
alto almeno tre metri, la pelle cambiava colore come quella di un
camaleonte, il bastardo era sempre stato al suo fianco. Le mani
terminavano in dita artigliate, i piedi erano da rapace e il volto da
sciacallo, ma ciò che lo impressionò furono le ali. Larghe quattro
metri l'una, sembravano quelle dei draghi delle leggende, ricoperte
da leggere scaglie.
Il cacciatore scoccò
fulmineo un dardo e dopo tanto tempo fallì, i riflessi del
pipistrello furono più rapidi. Con una mano afferrò al volo la
freccia e la spezzò sotto gli occhi increduli di Alasdair.
« Dea proteggimi. »
mormorò l'uomo in preda al panico.
L'abominio raggiunse con
grandi falcate il cacciatore, lo prese per i fianchi e lo scagliò
contro un costone. Alasdair sentì tutta l'aria uscirgli dai polmoni
e un lanciante dolore alla schiena, cercò di strisciare via, ma la
bestia gli fu subito sopra e lo afferrò per il collo.
Nelle fauci aguzze c'era
un contenitore cilindrico, chiuso da entrambi i lati dal simbolo di
Hitò, un'ascia e un martello. Il cacciatore non poteva permettere
che quelle preziose pergamene finissero nelle mani del pipistrello,
così, con un ultimo sforzo di volontà, estrasse il coltello da
caccia e lo piantò nel fianco destro del mostro.
La bestia ruggì di
dolore, Alasdair prese al volo il cilindro e lo lanciò giù da un
dirupo. Il pipistrello lo gettò al suolo sfregiandogli il petto, poi
aprì le ali e inseguì il rotolo.
Il cacciatore cercò di
rialzarsi, ma le forze gli vennero a meno, precipitò in uno dei suoi
incubi. »
Sam e Britney si erano
addormentati, amavano quel tipo di storie.
Scott si alzò dalla
sedia e raggiunse Natalie, la sua splendida moglie.
« Sei proprio un dono
del Signore. » sorrise lei.
Scott la baciò.
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