Prologo
Il respiro dell'alce era affannato, la bestia aveva corso per chilometri sperando di seminare il predatore. La bocca schiumava dalla fatica, le zampe la reggevano appena, doveva riposare, ma sentiva ancora il suo odore nell'aria, l'odore delle Pelli, l'odore della morte.
Ci fu un movimento nel sottobosco che attirò l'attenzione dell'alce, avesse avuto ancora energia avrebbe caricato il suo inseguitore, ma la creatura si era fatta astuta.
Era arrivata col fuoco e col fumo, facendo fuggire tutto il branco, lasciandola sola, lei la più vecchia e saggia di tutta la sua famiglia.
La sua famiglia, le faceva strano pensare a loro in quel momento, senza la sua guida si sarebbe presto smarrita e nelle fauci degli Aguzzi avrebbe trovato riparo, non poteva salvarsi dalle insidie del mondo senza la sua esperienza, ora vana di fronte al pericolo imminente.
Pelli si stava avvicinando, aveva trovato le sue tracce. Non si poteva nascondere nulla a quei mostri, possedevano un intelletto diabolico, escogitavano le trappole più vili, ti stancavano e conducevano nel luogo che desideravano.
L'alce era spacciata, lo sapeva, ma sarebbe caduta combattendo, se quel demonio la desiderava ardentemente doveva prima pagare il prezzo del sangue.
L'animale annusò l'aria, sarebbe arrivata da est, si preparò, abbassò la testa, pronta per la carica, pronta per la morte.
Si mosse un altro cespuglio davanti a lei, un altro e un altro ancora, pochi passi e Pelli sarebbe uscita dal sottobosco, si mosse un ultimo cespuglio e l'alce caricò.
Una corse folle, una corsa contro il destino, un ultimo disperato tentativo di vincere la morte, le sue corna trafissero il sottobosco, la sua testa si scosse in violenti colpi, sbuffò, scalciò, si addentrò tra i cespugli cercando l'odore della morte, ma con suo grande stupore non c'era nulla.
I suoi occhi grandi e scuri guardavano meravigliati il suolo, non c'era nessuna Pelli ad attenderla, eppure l'odore che proveniva da est c'era ancora, che fosse un traccia vecchia. Forse il suo inseguitore aveva perso le sue tracce, forse si era stancato o forse si stava dirigendo verso la sua famiglia...
L'alce realizzò, la sua famiglia, non era mai stata lei il vero obbiettivo, solo un miserabile diversivo. L'animale ripercorse la strada a ritroso, sperando di percepire l'odore della sua gente, e si allontanò dalla radura con le poche energie che le rimanevano.
Un falco volava alto nel cielo, il suo sguardo acuto si posava sul regno della terra in cerca di prede, sorvolò una radura, splendida nel verde della primavera, lasciò che il vento guidasse il suo viaggiare.
Librò verso ovest per duecento metri, si appoggiò su un ramo di albero osservando uno spettacolo piuttosto comune: un'alce giaceva a terra priva di vita con un freccia piantata nel collo, mentre una Pelli la stava lentamente scuoiando.
« Mi hanno detto che hai abbattuto la Vecchia con una sola freccia, è vero? »
« Aye, purtroppo sì. La Vecchia è morta e non potrà più insegnare la strada alle giovani! »
« E la sua carne almeno era buona? »
« Dimmelo tu visto che l'hai mangiata per tutta la sera! »
L'uomo guardò il suo piatto, scoppiò a ridere e ingollò la pinta di birra scura in un sol sorso.
« La migliore di tutta la mia vita di ubriacone! Ottimo lavoro Alasdair! »
« Per te mio caro Hodden solo il meglio! E adesso un brindisi in memoria della Vecchia!! »
Si levarono cento boccali in aria, la locanda era gremita e Hodden, cuoco e oste dello Spettro, si sentiva onorato di ospitare quella sera la grande festa.
Ci sarebbe stata musica e birra per tutti, era persino venuto un vecchio cantastorie dalla grande città, nessuno sarebbe andato a dormire, perché i festeggiamenti sarebbero terminati solo dopo il sorgere del nuovo sole e la tradizionale cerimonia.
« Che cosa vuoi mai che abbia fatto? Potevo ucciderla anch'io un'alce vecchia, roba da poco. Per giunta la sua carne e secca e non sa di nulla. » borbottò un giovane ai suoi amici.
La musica cessò, le risa si spensero, i sorrisi divennero smorfie di rabbia, tutti si voltarono verso il gruppo di novellini che aveva osato lamentarsi, ragazzetti arroganti che pensavano di sapere tutto del mondo.
« Potresti ripetere quello che hai detto? » chiese furioso un uomo sulla cinquantina, robusto come un uro. Un vecchio cacciatore con cicatrici sul volto che testimoniavano uno scontro coi lupi e l'occhio destro mancante la lotta contro un'aquila.
« Sei sordo oltre che brutto come una scrofa!? Ho detto, che sarà mai! Quell'alce sarebbe morta a giorni, poteva ucciderla chiunque! »
Sei cacciatori, veterani di mille caccia, si alzarono alle spalle del loro compagno con le mani ai coltellacci.
C'era troppa tensione nell'aria, una sola parola sbagliata e Hodden avrebbe dovuto ripulire il sangue per tutta la notte.
« Tu ignori le tradizioni! Tuo padre... »
« Mio padre è vecchio e malato, come tutti voi! Ancora credete in questi stupidi rituali; mangiare la carne di un animale mi darà la sua forza e la sua conoscenza! Mi vergogno di voi! »
« Bada a come parli Hector, quelle che stai insultando sono anche le tue tradizioni! Ricordati il giuramento! »
« Non le ho mai volute e mai le vorrò! » sbraitò il giovane biondo « Io sputo sul giuramento e su questa terra! »
Il limite era stato superato, Ander Un-Solo-Occhio si mosse talmente rapido che i suoi compagni non riuscirono a fermarlo. Aveva una freccia nella mano sinistra, un'arma che si diceva avesse sventrato un orso, e non si fece scrupoli ad adoperarla contro Hector figlio di James Goldhorn.
Il ragazzo però era nei fiore dei suoi anni e i suoi occhi migliori di molti di quelli che si trovavano nella locanda, sapeva che Ander avrebbe reagito, era facile all'ira, fin troppo facile. Nella manica destra di Hector si trovava un piccolo pugnale, sottile quanto un ago ma imbevuto di un potente veleno, ricavato dal morso di serpe delle rocce, il solo sfiorarlo provocava violenti spasmi.
Ormai era talmente vicini da sentire l'uno il battito del cuore dell'altro, l'occhio castano di Ander era un'anima offesa, quelli verdi di Hector due rapaci predatori. L'ago celato brillò e Ander comprese di essere caduto in trappola come una sciocca lepre.
« Addio vecchio. » bisbigliò Hector prima di cadere a terra privo di sensi.
Ander non capì cosa fosse accaduto perché il mondo cominciò a giragli intorno e la testa colpì il pavimento di legno.
« Vogliamo farlo questo dannatissimo brindisi: alla Vecchia!!! » tuonò il cacciatore vestito di foresta.
Le danze cominciarono dallo Spettro, la musica uscì da porte, finestre, fessure ed inondò il piccolo villaggio come un fiume in piena, chiunque l'ascoltasse non poteva fare a meno di ballare, fu come una strana febbre che non risparmiò nessuno, giovani e vecchi per tutta la notte festeggiarono la memoria della Vecchia.
Quando la luna fu alta nel cielo i due si ripresero, legati ad un barile di birra e infradiciati di zuppa di bietole con un uomo che li osservava divertito da uno sgabello poco più lontano.
« Avete fatto una bella dormita, ma non preoccupatevi la festa è appena iniziata. » disse con un sorriso sincero sul volto.
« Alasdair lasciami andare, è tempo che questo ragazzo impari le buone maniere! » sbraitò Ander, muovendosi come un leone in gabbia.
« Insegnarmi le buone maniere!? Stai calmo vecchio che se ti agiti troppo te la fai nelle braghe! » rispose Hector.
I due ripresero a litigare e minacciarsi, sembrava di vedere due fanciulli che discutevano per la stessa mela.
« Adesso basta vuoi due! » tuonò Alasdair. « Mi avete seccato! Volete ammazzarvi, fatelo pure, certamente non vi fermerò, ma guai a voi se rovinate la festa per la Vecchia. Questa sera niente risse o spargimenti di sangue, ci siamo intesi!? »
Ander guardò negli occhi il cacciatore.
« Hai la mia parola Alasdair. »
Hector mugugnò un poco convincente assenso.
« Che cosa hai detto ragazzino? » chiese duro l'uomo prendendogli il volto con le mani.
« Ragazzino a chi? Sono dieci volte più uomo di te! »
Negli occhi di Alasdair lampeggiò la furia e la stretta sul visetto di Hector si fece più forte, tanto che il giovane gridò di dolore.
« Te lo chiedo solo un'altra volta, ci siamo intesi? »
Questa volta annuì energicamente col capo.
L'oscurità lasciò il volto del cacciatore vestito di foresta e l'allegria della serata lo contagiò di nuovo.
« Adesso andate a godervi la festa! » disse gioiosamente, mentre tagliava le funi col coltello da caccia, entrambi sapevano che era un ordine intrasgredibile.
Gli amici di Hector lo stavano aspettando fuori dalla cantina, gli si avvicinarono per sapere come stava, ma il giovane li allontanò ringhiando, Ander invece fu accolto dai suoi compagni d'avventura con parole canzonatorie che gli rallegrarono il cuore. La festa procedette senza alcun problema, ci furono le solite azzuffate che si risolsero tra boccali di birra scura e whisky, ragazze che sospiravano al passare del loro amato e altre che con l'uomo dei loro sogni passarono non solo la notte.
Alasdair accompagnava col violino le storie di Ocra Lingua d'Oro, il cacciatore si destreggiava egregiamente con lo strumento, ma alcune note gli sfuggirono provocando risa tra il pubblico e smorfie sul volto del cantastorie. L'uomo si scusò dicendo che la sua mente era altrove quella sera e che non sarebbe capitato più, Ocra pensò subito ad una donna, ma i problemi che affliggevano erano di tutt'altra natura.
Hector lo preoccupava più di quanto si aspettasse, era solo un ragazzo, ma la rabbia che aveva visto nei suoi gesti non apparteneva alla sua età. Se non fosse intervenuto il giovane avrebbe ucciso Ander e la morte del vecchio l'avrebbero attribuita all'età, conosceva bene il veleno di serpe delle rocce e i suoi effetti, non era cosa con cui giocare e non era nemmeno facile da reperire.
Un'ora prima dell'alba il villaggio era avvolto in un silenzio religioso, le vie furono pulite poco dopo il termine delle danze, gli ubriaconi e i bambini si erano ritirati nelle loro case, il momento tanto atteso era alla fine giunto.
Il cacciatore che aveva ucciso la Vecchia era in testa alla processione, seguito dagli anziani del villaggio, i cacciatori più vecchi e saggi, dietro di loro c'erano i Veterani, le Reclute e il resto degli abitanti.
Alasdair reggeva in una mano la testa della Vecchia e nell'altra la freccia con la quale l'aveva uccisa, la colonna camminò per ore in un canto antico e triste, parole di una lingua perduta che raccontavano di un mondo dove l'uomo era solo una delle tante creature della Foresta.
Omaggiavano l'anziana alce per la conoscenza che aveva donato alle sue figlie e che aveva concesso loro con la sua carne, pregavano che trovasse la strada per i Pascoli e che trovasse l'eterna pace nelle terre dei suoi antenati.
« Per un'altra vita, sotto un altro cielo. » si concluse la processione l'ora dopo l'alba.
La testa dell'alce fu sepolta nella terra dove le Madri riposano per sempre, ad accompagnarla nei Pascoli c'erano le piccole sculture di legno fatte dai bambini, arazzi filati dalle donne del villaggio, stoffe ricamate e altri oggetti che rappresentavano la gratitudine di quella gente semplice.
Alasdair fu l'ultimo ad andarsene, inginocchio sulla tomba intonò un canto silenzioso nella lingua dei suoi padri, la lingua del Nord, che ringraziava l'alce per la sua vita e per il suo sacrificio. Depose la freccia sopra il cumulo di terra, si alzò e nella foresta scomparve.
Capitolo 1
« Adesso fai anche questo per denaro. »
Il cacciatore ingollò quello che rimaneva della pinta di birra.
« Mi conosci Ala, ucciderei perfino mia madre per l'oro. Certo dovrebbe essere una bella somma, ma lo farei lo stesso. »
Alasdair scosse la testa contrariato.
« Ryestraw l'oro di quelle persone ti lega a loro, come cacciatore devi sentirti libero di fare quello che vuoi. »
« Ti sbagli mio caro amico, l'oro di quelle persone li lega a me. Sanno di non dovermi fare fretta, che porterò a termine il loro compito, ma sopratutto hanno imparato a non ingannarmi perché conoscono le conseguenze. »
« Poi non venire a chiedere il mio aiuto se finisci nei guai. »
Ryestraw rise di gusto.
« Chiedere il tuo aiuto? Non potrei mai cadere così in basso. »
Ordinarono altre due pinte e brindarono alla buona sorte.
« Adesso dimmi perché mi hai cercato. » gli occhi amaranto di Alasdair erano fissi sul viso dell'amico.
Conosceva Ryestraw da una vita, lui era l'unico che lo capiva davvero. Cresciuti insieme e allenati dallo stesso maestro, i due cacciatori rivaleggiavano in bravura. Possedevano le stesse capacità e abilità, anche se percorrevano lo stesso cammino seguivano due direzioni diverse ed erano le rare volte in cui si incrociavano i sentieri a preoccupare Alasdair.
« Bere una birra con un vecchio amico non ti basta come motivo? » rispose Ryestraw con un sorriso che gli illuminava il volto.
« Rye, cosa vuoi? »
« Mi hai scoperto. » sospirò teatralmente. « Si tratta di un lavoretto facile. »
« Raccontala a qualcun'altro. »
Ryestraw finì la sua birra tutto d'un sorso.
« C'è un tale, un certo Han' Zig, un tipo dell'ovest. Questo Han' Zig mi ha promesso trecento corone d'oro per l'uovo di una vacca delle sabbie. Dici che avrei dovuto chiedere di più? Non volevo sembrare avido. »
« Tu sei un folle. Una vacca delle sabbie, non le caccerei nemmeno per tutto l'oro del mondo. »
« Per questo hanno scelto me e non te. Allora ci stai? »
« No e dovrei dissuaderti dal farlo. »
« Perfetto si parte domani mattina presto. E ora ti lascio, c'è una cameriera che mi cerca. »
Alasdair era steso nella camera da letto che l'amico gli aveva pagato, un posto elegante, lenzuola di seta, arazzi tessuti in oro, Ryestraw navigava in buone acque. Il cacciatore biondo era sempre stato un uomo che vedeva nel suo lavoro solo un mezzo per ottenere maggiori ricchezze. Sin dai primi mesi con Roa era emersa questa differenza tra i due. Alasdair sapeva che l'oro portava cibo, per questo guadagnava lo stretto necessario per vivere una settimana o due, Ryestraw invece voleva di più, pareva voler possedere ogni cosa al mondo.
Le parole che si erano scambiate poche ore prima erano vere, avrebbe venduto persino sua madre al giusto prezzo, chiunque lo avrebbe disprezzato per quella affermazione, ma non Alasdair. Lui era l'unico che lo capiva veramente, che aveva provato sulla sua pelle il prezzo delle persone.
Si alzò, aprì le imposte e lasciò che la notte lo pervadesse, amava il cielo stellato. I piccoli diamanti, che imperlavano il manto nero, pulsavano vividi nell'oscurità, silenti guardiani della città.
Raccolse l'accetta, un'arma semplice che nelle sue mani diventava dispensatrice di morte, la fece girare un paio di volte tra le mani poi lanciò un altro sguardo alla città addormentata: sarebbe andato a caccia.
Quando Ryestraw tornò stavano spuntando l'alba, la cameriera lo aveva intrattenuto tutta la notte, quella donna aveva degli appetiti insaziabili, ma lui era un maestro e l'aveva soddisfatta per sette volte. Gli aveva lasciato dei teneri morsi sul collo e sulle braccia, i graffi sulla schiena gli dolevano piacevolmente.
Anais aveva detto di chiamarsi, si sarebbe ricordato di lei quando fosse tornato a Dae, una puledra del genere era da cavalcare almeno un'altra volta.
Sorrise nel ricordarsi di averle detto che l'amava come nessun'altra, una piccola bugia per ottenere la sua totale devozione.
Ancora carico del profumo di lei si affrettò a raggiungere la locanda dove Alasdair alloggiava, Ryestraw era certo che all'amico non sarebbe piaciuta la stanza, l'aveva scelta apposta, la considerava una piccola vendetta per tutte le volte che lo aveva accolto in quel tugurio che si ostinava a chiamare casa.
Un collerico oste lo bloccò all'ingresso.
L'uomo, che si faceva chiamare Seppia per il suo incantevole vizio di sputare saliva nera, era grosso quanto un toro e probabilmente più stupido.
« Dov'è? » gli ringhiò appendendolo per il collo al muro.
« Dov'è cosa? »
« Mia figlia! »
« E chi sarebbe? » chiese confuso Ryestraw, lui non era tipo da spassarsela con le vacche.
« Anais! »
Ora era nei guai, chi se lo sarebbe immaginato che la bella cameriera era la figlia di quel mostro di oste. Un pensiero malizioso gli attraversò la testa, si lasciò scappare una risatina che Seppia non gradì.
Partì un manrovescio che gli fece battere tutti i denti, se fosse comparso un livido sul suo splendido volto l'oste l'avrebbe pagata.
« Rispondi cane bastardo! »
« Non so di cosa parli, amico. »
Ryestraw rimase sorpreso dalla potenza del gancio di Seppia, il colpo allo stomaco lo piegò in due. Sperava che l'uomo smettesse al più presto, perché non voleva che Anais rimanesse orfana, ma era come insegnare la matematica ad un porco.
Seppia continuò a tempestarlo con una gragnola di colpi, se la situazione fosse stata diversa Ryestraw lo avrebbe già ucciso, ma non poteva ammazzare un padre di famiglia che cercava di difendere la reputazione di una figlia già compressa.
Tra i ganci e i manrovesci l'aitante cacciatore si stupì di come Anais, che sembrava così tanto innocente, gli avesse mostrato orizzonti mai visti prima, la ragazza aveva un dono e sapeva come metterlo a frutto.
« Ci sono problemi? » si intromise un uomo.
Seppia si voltò verso lo scocciatore, rivolgendogli la sua più truce delle occhiate, ma non era nulla a confronto di quello che vide.
Un uomo dai capelli castani, schiariti dal sole, lo fissava coi suoi occhi amaranto. In spalla portava la carcassa di un giovane daino e, chiusa nella mano sinistra, un'accetta ancora grondante di sangue.
Il volto era aperto in un sorriso terrificante, i denti gialli e la barba incolta del cacciatore gli conferivano un aspetto demoniaco.
« Ci sono problemi? » chiese ancora avanzando di un passo.
Seppia lasciò cadere Ryestraw e fuggì come un bue impaurito nelle cucine.
« Potevi facilmente ucciderlo, perché non lo hai fatto? » gli chiese Alasdair dopo aver aiutato a rialzarsi.
« Magnifico, non pensavo fossi diventato un assassino sociopatico Ala! Ti fa male girare con me. »
« Risparmiami il tuo sarcasmo Ryestraw. Tu e le tue cacce. » c'era una nota di qualcosa che assomigliava al disprezzo e questo non era da Alasdair.
« Ala, mi vuoi spiegare che ti prende? »
« Non lo so Ryestraw, non lo so. »
« Un altro dei tuoi incubi? »
Alasdair annuì debolmente, come se si vergognasse di parlarne.
« Prima durante la caccia. C'erano strani suoni, globi di luce che oscuravano le stelle e poi quella terribile angoscia che mi opprimeva. Ogni volta si fanno più intensi e lunghi. »
« Tranquillo, troveremo una soluzione. Ma come mi disse un saggio: prima i problemi immediati e il duro lavoro di stanotte mi ha reso molto affamato. Verso la colazione! »
Alasdair rise.
« Sapevi tutto! » sbottò Ryestraw.
Alasdair continuava a mangiare sereno il suo pezzo di carne secca.
« Intuito più che altro e ho preso le necessarie misure. »
« Diavolo di un cacciatore! Alasdair potevi rendermi partecipe delle tue intuizioni. »
« E privarti del calore di una donna? Non mi avresti mai dato ascolto. »
Ryestraw crollò a terra, pensò a tutti gli oggetti che aveva lasciato in quella squallida locanda. I suoi oli, le spezie aromatizzate, i suoi abiti, ma quello che lo faceva infuriare era la scarsella d'oro nascosta sotto una trave della camera.
« Mi restituirai ogni singola moneta Alasdair! »
L'uomo rise di gusto.
« Puoi prenderti la mia parte per questo lavoro e saremo pari. »
« Non riesco a capire come puoi dare così poco valore al denaro. »
« Dall'oro non cresce nulla. »
Ryestraw scrollò le spalle e scomparve nel folto della boscaglia.
I due avevano mangiato lungo la strada, il piccolo incidente li aveva costretti a muoversi rapidamente, in tutta la città si parlava delle prodezze di Ryestraw e Alasdair non voleva attirare altra attenzione.
Scosse la testa pensando al guaio in cui si stava per infilare: cacciare una vacca delle sabbie, follia pura anche per lui.
Aveva visto quelle bestie poche volte nella sua vita, animali bruni della taglia degli elefanti, coperti da una fitta pelliccia dura come il ferro. Il viso allungato terminava con cinque zanne affilate come lance, i piccoli occhi frontali scintillavano sardonici. Tutti i cacciatori si tenevano alla larga da quegli spietati predatori e per questo un solo brandello di pelle valeva almeno dieci corone d'oro.
Alasdair sperava che Ryestraw avesse un piano, occuparsi poteva essere difficile, ma rubare un loro uovo era al limite dell'impossibile.
Silenzioso come l'ombra raggiunse l'amico ora intento ad osservare un nido di vacche della sabbia.
Roa, il suo vecchio maestro, gli aveva insegnato degli animali, ma pronunciarlo per intero richiedeva almeno mezza giornata. Secondo il cacciatore le vacche furono i primi animali a raggiungere Hêrne, giunsero dai valichi delle montagne del Sud durante la Grande Siccità. Roa si ostinava a dire che i suoi antenati sapevano come ucciderle con una sola punta di selce, ma il vecchio non aveva mai mostrato quella tecnica ai suoi allievi.
« Chissà cosa direbbe il vecchio. » sussurrò Ryestraw studiando il piccolo branco di vacche.
Le bestie pasteggiavano coi resti di una grossa alce, con le zanne strappavano pezzi di carne che poi scivolavano nelle loro aguzze bocche. Lo schianto delle ossa eccitò Ryestraw, attendeva prede del genere da una vita. I due maschi furono scalzati da una grossa femmina dal manto color latte, la vacca muggì minacciosa reclamando il possesso della carne.
Lo sguardo dei cacciatori si posò sulla covata, Alasdair rise stupefatto; le uova pendevano dal ventre come fossero mammelle.
« Avrei dovuto chiedere più oro. » valutò Ryestraw.
« Siamo ancora in tempo per andarcene. »
« Sbaglio o il grande Alasdair non vuole essere sconfitto da Ryestraw. »
« È una sfida? »
« Chi perde si porta le uova sulla schiena. »
« Sarà divertente vederti fare il mulo. »
« Non contarci troppo Ala. »
Analizzarono la situazione, per poter recuperare le uova avrebbero dovuto uccidere tutte e tre le bestie. Alasdair contò le frecce in faretra, circa una ventina, forse non sarebbero bastate.
La folta pelliccia li ricopriva come un'armatura, solo il ventre era vulnerabile, ma lanciarsi nella mischia equivaleva ad un suicidio.
« È la tua caccia Ryestraw, qualche idea? »
Il biondo lo guardò con occhi di ghiaccio.
« Prendi queste e colpisci l'attaccatura del collo. Vedi di non sprecarle, ne ho poche. » disse porgendogli cinque frecce lunghe con la punta in selce. « Salì su quell'albero a nord e attendi il mio segnale. »
Alasdair si mosse rapido, conscio del poco tempo rimanente, finita la carne si sarebbero spostati in cerca di altre carogne. Il cacciatore dagli occhi amaranto scelse con cura il ramo dove appostarsi poi attese il segnale dell'amico.
Il sentiero battuto dalle vacche era uno spiazzo largo una trentina di metri, del loro passaggio rimaneva solo erba calpestata e fango. Gli alberi si spezzavano sotto il loro peso, la terra tremava ad ogni loro passo, le indiscusse signore della foresta. I due cacciatori si attendevano sulle querce che fiancheggiavano la desolazione prodotta dagli animali mastodontici, si udiva solo il mangiare rumoroso della femmina e i grugniti irritati dei due maschi, poi nel pomeriggio si udì il canto di un falco, seguirono dieci fischi e muggiti di dolore.
Ryestraw osservò i due possenti maschi crollare al suolo in una pozza di sangue, doveva agire in fretta prima che la femmina fuggisse terrorizzata. Imprecò quando si accorse di aver solo una freccia a punta di selce, le altre le aveva lasciate in stanza. Sarebbe sceso e avrebbe affrontato la vacca munito solo del suo machete, una storia che avrebbe attirato molte donne se ne fosse uscito vivo.
Alasdair non poteva credere ai suoi occhi, Ryestraw era sceso dall'albero e stava correndo verso la vacca, cosa non avrebbe fatto l'uomo per dell'oro. Il terrore negli occhi dell'animale scomparve alla vista del biondo cacciatore, la bestia mastodontica puntò Ryestraw e caricò contro.
Dall'alto Alasdair non poteva far altro che scoccare frecce contro l'animale furioso, ma queste rimbalzano sulla pelle coriacea. Vibrata la ventesima capì che solo la Dea poteva aiutare Ryestraw, per l'amico c'erano scarse probabilità di sopravvivenza. Alasdair cercò di raggiungerlo il più velocemente possibile, ma quando toccò terra vide la mole della bestia investire Ryestraw.
Corse come se avesse le fiamme dell'inferno alle spalle, non voleva pensare a cosa gli fosse accaduto, non avrebbe mai accettato la sua morte. La nube di polvere alzata dalla vacca lo investì insieme alla zaffata di morte.
« Ryestraw! » gridava a squarciagola. « Ryestraw! »
Sentì un gemito sommesso, pregò che fosse ancora vivo.
Il polverone si diradò svelando il finale dello scontro: Ryestraw si ergeva vincitore zuppo degli intestini della vacca, rideva come un idiota. Quando la bestia gli era corsa contro, si era semplicemente accovacciato alzando il machete al cielo, aveva sfruttato la carica dell'animale per aprirle il ventre. Un azzardo che gli aveva fruttato trecento corone d'oro.
« Diavolo di un cacciatore! Tu sei tutto matto! » sbraitò Alasdair dandogli pacche sulla schiena. « Giuro che ti avevo visto morto! »
Ryestraw si appoggiò all'amico, il giochetto lo aveva lasciato scosso e con un braccio slogato.
« Vai a prendere quelle dannate uova e togliamoci da qui. Ora voglio solo un boccale di birra e il calore di una donna. »
Ma il biondo dovette aspettare altre tre ore prima di mettersi in marcia, Alasdair aveva i suoi rituali da compiere dopo ogni caccia e non lo avrebbe interrotto.
Vide l'uomo tagliare le parti migliori degli animali e caricarsele sulle spalle, poi appoggiò una freccia su ognuno dei corpi e pregò per le loro anime. Insieme intonarono il canto dei cacciatori del nord, la litania si levò forte nel tramonto giungendo alle orecchie della Dea.
Rientrarono a Dae che era la mattina del giorno dopo, furono accolti come degli eroi, la carne che portarono alla locanda di Seppia fece diventare l'oste loro amico.
Festeggiarono tutta la giornata, quella sera sia il letto di Ryestraw che quello di Alasdair erano scaldati da due giovani donne.
Al suo risveglio Ryestraw trovò una freccia di legno bianco conficcata sulla porta, la staccò sapendo che Alasdair era già partito.
Capitolo 2
Le Vidiane erano creature pericolose, si diceva fossero in grado di ammaliare qualsiasi uomo. Con le loro arti magiche trasformavano i sogni in ossessioni, spingendo gli sventurati ad uccidere per ottenere un briciolo di paradiso. Giocavano con le deboli anime mortali, divertendosi ad osservare padri massacrare la propria famiglia, madri affogare i figli e fratelli ammazzarsi a vicenda.
Le Vidiane facevano leva sulle emozioni più brutali dell'uomo; gelosia, odio, invidia, rabbia, disperazione, e godevano della loro sofferenza.
Da sempre raffigurante come donne nascoste sotto pesanti veli, le Vidiane erano in realtà un tipo di arbusto. Una pianta delicata che cresceva ai margini dei ruscelli, non erano oscure parole sussurrate la notte a stregare gli ingenui uomini, ma i loro brillanti e vivaci fiori.
La morte veniva portata in casa quasi sempre dalle bambine, che ne facevano ghirlande da donare alla propria madre. Una volta entrate nella vita domestica le Vidiane facevano di tutto per distruggere le famiglie.
Cominciavano dalle moglie, le più vulnerabili al loro influsso, sussurrando parole di tradimento e inganno. Rendevano i comportamenti dei loro mariti sospetti, come se stessero di nascondere un'amante.
Passavano poi agli uomini di casa, estenuavano il malcontento della giornata, li conducevano sulla via dell'alcol e della violenza, poteva trasformare il più mite in un feroce ubriacone.
Conquistato anche il capo famiglia, si lavoravano i figli. I sogni della fanciullezza diventavano desideri ossessivi, ciò che non riuscivano ad ottenere lo rubavano. I figlioletti uccidevano per i balocchi dei loro amici, le fanciulle che scoprivano per la prima volta l'amore si comportavano come cagne in calore, sempre a cercare qualcuno che potesse soddisfarle.
Nel giro di due mesi la Vidiana distruggeva un'intera famiglia, i figli maschi portati al patibolo, le madri morte suicide, le figlie sulla strada e i padri affogati nell'alcol. »
I bambini piansero quando Alasdair finì di raccontare la storia.
Il cacciatore si guardò attorno confuso, non capiva dove avesse sbagliato, a lui le favole della buonanotte non gli avevano mai fatto quell'effetto.
Una madre portò via i suoi figli dal cacciatore, lanciandogli un'occhiata furente, poi un uomo, rosso di pelo, grosso quanto un orso gli si avvicinò.
Scosse la testa e salutò Alasdair con un sorriso.
« Ma una storia di principi e principesse? » gli chiese, poi proruppe in una risata.
Il cacciatore rise a sua volta.
« Non sono tagliato coi bambini. »
« Me ne sono accorto, Acacia e Rose faranno incubi per almeno un mese. »
« Chiedi scusa a Lya da parte mia, non volevo spaventarli. »
L'omone invitò Alasdair al tavolo vicino al focolare, i ceppi schioppettavano nel camino allontanando il freddo dell'inverno.
« E dimmi come stanno Oak, Violet e Margary? »
« Oak cresce forte come suo padre, ma non ha il mio stesso carattere. Il ragazzo si sta mettendo nei guai insieme ad altri suoi amici. »
« È una fase, tutti i ragazzi ci passano. »
« Lo spero. Violet è partita per la città a studiare. Non le è mai piaciuta la vita dei boscaioli, vuole qualcosa di più e non intende sposarsi. A quasi vent'anni, fra poco nessuno la vorrà più.
Tutt'altro tipo è Margary, adesso è a casa di amiche ad imparare le buone maniere, tutto suo madre per certi versi. » come se l'avesse invocata Lya apparve dalla porta.
« Stanno dormendo. » disse lanciando uno sguardo di fuoco ad Alasdair.
« Lya, non volevo... »
La donna lo interruppe con un sorriso luminoso.
« Stia tranquillo Alasdair, a Rose e Acacia piacciono sempre le sue storie strane. »
« Quando ti hanno visto arrivare dalla finestra non riuscivo a farli smettere di saltare. » aggiunse l'omone, prese un bicchiere di vino e lo mandò giù come fosse acqua.
« Hystro, amore mio, dove sei stato tutto il giorno? » chiese dolcemente Lya.
Il marito indicò il cesto pieno di legna, poi si versò altro vino e lo ingollò. La donna gli baciò il capo e lasciò che i due uomini discutessero dei loro problemi.
« Hystro ho un paio di domande da farti. Per caso in queste ultime settimane ci sono state misteriose sparizioni di bestiame? »
Il capo famiglia si grattò la barba rossastra, il fuoco incendiava la sua faccia facendolo assomigliare a un diavolo.
« Se non mi sbaglio, due villaggi ad ovest da qui un pastore ha detto di aver visto un pipistrello rubargli tutte le capre, ma non fidarti troppo della parola di Joan, è un vecchio ubriacone. »
Alasdair si alzò da tavola soddisfatto, raggiunse la porta e prima di aprirla Hystro lo fermò.
« Questo lavoro ti sta uccidendo Ala. Dovresti fermarti e mettere su famiglia, Violet pensa ancora a te e Margary sta diventando grande in fretta. »
Il cacciatore si voltò verso l'amico ridendo.
« Ogni volta la solita storia. Hystro, per quanto siano belle le tue figlie non le sposerò mai. »
Il boscaiolo rispose scuotendo la testa.
« Dovresti proprio fermarti. »
« Forse, ma non questa notte. Addio Hystro e abbi cura della tua famiglia. »
Alasdair si allontanò dalla casa sotto la tempesta di neve, il freddo gli era sempre piaciuto, lo teneva sveglio. Trovò un riparo per la notte e accese un piccolo fuoco, da Hystro aveva preso quattro ceppi di legna e l'esca per le fiamme. La tirò fuori dallo zaino, una pianta dai fiori brillanti e vivaci, la scintilla dell'acciarino divampò in un allegro fuocherello, bruciando ciò che rimaneva della Vidiana.
Era colpa di Roa se non sopportava i cavalli. Il vecchio maestro li riempiva di botte se li vedeva salire, solo per sbaglio, su una di quelle bestie.
Alasdair ricordava benissimo la volta in cui lui e Ryestraw avevano gareggiato contro. Avevano rubato i cavalli dei corrieri reali e si erano dati alla pazza gioia. Li avevano spronati sino a farli stancare, poi Ala per sbaglio ne aveva azzoppato uno, fu la paura di Roa a non farli tornare indietro.
Rimasero nella foresta per circa quattro giorni, vivendo di quello che trovavano, poi il vecchio cacciatore apparve dal nulla con un randello in mano.
« Pensavate veramente di poter nascondermi le vostre tracce? » chiedevano mentre il bastone colpiva ripetutamente i due ragazzini.
Tornarono nella piccola casa sanguinolenti e con qualche costola rotta, Roa li chiuse nella latrina e non videro la luce del giorno per almeno due settimane.
Alasdair lo aveva odiato per quello che gli aveva fatto, poi scoprì che il vecchio si era preso la completa responsabilità della morte del cavallo reale e una dose di frustate. Da quel giorno il cacciatore si teneva alla larga da quegli animali.
« Ho detto che non lo voglio! » continuava a ripetere Alasdair al mercante.
« È un'offerta incredibile, questo cavallo viene dalla Terra delle Meraviglie! »
« La venda a qualcun'altro! » eppure la bestia era ben fatta, i muscoli forti e allenati, inoltre ne aveva bisogno.
Era la terza volta che si lasciava sfuggire il misterioso pipistrello, la preda era molto più veloce di lui. Si muoveva senza problemi di giorno e ancora meglio di notte, quando il cacciatore arrivava in un villaggio lui era già scomparso.
« Mi voglio rovinare! È suo per cinque corone d'argento! »
Non era forse giunto il momento di superare i traumi dell'infanzia, Alasdair si era addentrato nel territorio dei Figli dei Fiori proprio per trovare una cavalcatura che fosse in grado di seguire il misterioso divoratore di capre.
Mise mano al borsello e tirò fuori le cinque sonanti corone d'argento, il venditore di cavalli, un ometto rubicondo e sporco, le guardò avide.
« Lei è un signore lungimirante! Non se ne pentirà! » disse mentre si affrettava a prendere i denari e consegnare l'esemplare.
Alasdair ignorò i suoi apprezzamenti, strinse le redini della bestia e tirò dritto, aveva ciò che voleva ora poteva anche andarsene. I Figli dei Fiori lo mettevano sempre a disagio, creature non del tutto umane, che vivevano in una strana simbiosi con la natura. Abitavano nelle cortecce degli alberi, bevevano la linfa delle piante, non lasciavano tracce sul sentiero e si raccontava che corressero nel vento. Una volta gli avevano affidato il compito di catturarne uno, perché andava in giro a deflorare le figlie dei contadini, non ci era ancora riuscito.
Ti ingannavano con la magia nelle loro parole, bastava guardarli un attimo negli occhi per essere in loro potere, più infidi degli uomini, ma anche più generosi e benevoli.
L'animale al suo seguito tirò uno strattone che per poco non lo fece volare per terra.
« Odio i cavalli. » sibilò Alasdair ricomponendosi.
« Che hai? » chiese voltandosi verso la cavalcatura, la bestia gli ragliò contro.
Il cacciatore imprecò sommessamente, lo avevano fregato. Aveva pagato cinque corone d'argento un ciuco che valeva meno di mezza moneta di rame, una voce nel vento rise di lui.
Alasdair liberò l'asino dalle briglie e lo lasciò libero, la bestia sarebbe morta per colpa sua durante la caccia e la Dea non glielo avrebbe mai perdonato.
Si allontanò il più in fretta possibile dal territorio dei Figli dei Fiori, sperando di riuscire a recuperare il tempo perso, il pipistrello doveva essere fermato prima di scoprire che la carne umana era migliore di quella di capra.
Impiegò un mese per trovare un'altra traccia della preda, un villaggio completamente massacrato. Le autorità locali avevano incolpato le bande che razziavano i paraggi, ma Alasdair sapeva che si trattava del suo uomo. I segni lasciati sulle porte erano quelli degli artigli del pipistrello, notò con timore che la bestia era cresciuta rispetto all'ultimo avvistamento. Se prima ghermiva le vittime solo con le zampe posteriori ora le assaliva anche con le anteriori. Da predatore istintivo stava diventando velocemente un cacciatore intelligente, avevano trovato gli abitanti tutti divisi gli uni dagli altri.
Aveva poco tempo per agire e nessuna idea di dove fosse diretto.
« Per caso giorni dopo l'attacco al villaggio avete sentito casi di sparizione di bestiame? » il cacciatore sperava che le vecchie abitudini non fossero morte.
« Sì, su a nord. Hanno avvistato un grosso lupo che fa disastri tra i pastori. » rispose intontito lo sceriffo Hagg. « Se lo ammazzi ci fai un favore. »
« Vedrò cosa posso fare. »
Il pipistrello stava cambiando modo di agire, non solo era diventato più intelligente, ma ora attaccava anche da terra e, per quanto fosse agile, doveva aver lasciato delle tracce.
Se da un lato era preoccupato per la vita delle persone, dall'altro era felice come non mai, una preda così intelligente non gli capitava da molto, chissà se sapeva di essere seguito.
Il nord era una terra dura, fatta di e per gente dura. Non c'erano grandi pianure fertili come nel resto del continente, le uniche piante che crescevano erano una specie altamente velenose delle ortiche. Gli uomini e le donne del nord vivevano prevalentemente di caccia e si trovava a rivaleggiare ogni giorno coi leoni delle rocce. La selvaggina scarseggiava e la lotta per la supremazia era aspra, chi non riusciva ad occuparsi di sé stesso veniva lasciato morire, i vecchi e i mutilati bevevano il succo estratto dalle ortiche per liberare le famiglie dal loro peso.
Molti avrebbero considerato la gente del nord come dei barbari privi di anima, ma non Alasdair. Quella era la sua terra, i cieli che aveva visto da ragazzino, le aspre rocce che lo avevano accolto nei suoi primi anni di vita. Amava quella vita, per quanto fosse dura, poi arrivò il giorno in cui sua madre lo vendette per una dose di erba sogno e allora non vide più il nord.
L'uomo cercò di scacciare quei pensieri, aveva un compito da portare a termine e doveva essere più che concentrato.
Si chiedeva cosa volesse il pipistrello dal nord, non c'era abbastanza cibo per sfamarlo, né alberi come riparo, non aveva senso dirigersi. L'unica cosa di rilievo in tutta la desolazione erano le pergamene di Hitò, i rotoli che l'antico Dio aveva lasciato alla sua gente, ma cosa poteva farsene una bestia assetata di sangue di vecchi fogli di carta?
Il paesaggio cambiò rapidamente, i pochi boschetti vennero rimpiazzati da sporadici alberi spogli e malati, il terreno si trasformò in nuda roccia, dove solo il più abile dei cacciatori poteva seguire le tracce. Alasdair le vedeva chiaramente, la sua preda non poteva sostenere il volo per lunghi tratti, aveva bisogno di riposarsi dopo una trentina di metri.
Sino ad allora gli alberi lo avevano aiutato, ma ora si trovava nella terra di Alasdair, dove solo i più forti sopravvivevano. Le tracce della bestia si facevano sempre più vicine, il pipistrello aveva capito che volare lo avrebbe solo stancato, questo spiegava la variazione del comportamento.
« Hai scelto il cacciatore sbagliato. Potevi ingannare chiunque, ma non me. » pensò a voce alta Ala.
La sua caccia proseguì per altri tre giorni, il cacciatore si alzava un'ora prima dell'alba, non voleva perdere nemmeno un secondo di luce, e si coricava solo quando il sole veniva inghiottito dal tramonto. Il cibo scarseggiava e il freddo si faceva sempre più opprimente, era stato uno sciocco a non equipaggiarsi per il nord, ma non si sarebbe mai aspettato che la sua preda si fosse spinta così lontano.
Il quarto giorno si nutrì di un leone delle rocce, lo mangiò crudo, non poteva permettersi di cucinarlo, sapeva di essere vicino al pipistrello e non aveva intenzione di lasciarselo sfuggire ancora.
A metà giornata una brezza proveniente da est lo fece imprecare sonoramente. Studiò meglio le tracce, la loro traiettoria e la strana presenza di un vento diverso. Possibile che il pipistrello lo avesse ingannato, che per tutto questo tempo stesse seguendo una falsa pista?
La risposta arrivò un istante dopo, quando dal cielo calò un'ombra scura.
Alasdair rotolò su un fianco evitando gli artigli aguzzi del pipistrello, dopo tanto tempo poté vedere la sua preda.
Sembrava un uomo, ma era alto almeno tre metri, la pelle cambiava colore come quella di un camaleonte, il bastardo era sempre stato al suo fianco. Le mani terminavano in dita artigliate, i piedi erano da rapace e il volto da sciacallo, ma ciò che lo impressionò furono le ali. Larghe quattro metri l'una, sembravano quelle dei draghi delle leggende, ricoperte da leggere scaglie.
Il cacciatore scoccò fulmineo un dardo e dopo tanto tempo fallì, i riflessi del pipistrello furono più rapidi. Con una mano afferrò al volo la freccia e la spezzò sotto gli occhi increduli di Alasdair.
« Dea proteggimi. » mormorò l'uomo in preda al panico.
L'abominio raggiunse con grandi falcate il cacciatore, lo prese per i fianchi e lo scagliò contro un costone. Alasdair sentì tutta l'aria uscirgli dai polmoni e un lanciante dolore alla schiena, cercò di strisciare via, ma la bestia gli fu subito sopra e lo afferrò per il collo.
Nelle fauci aguzze c'era un contenitore cilindrico, chiuso da entrambi i lati dal simbolo di Hitò, un'ascia e un martello. Il cacciatore non poteva permettere che quelle preziose pergamene finissero nelle mani del pipistrello, così, con un ultimo sforzo di volontà, estrasse il coltello da caccia e lo piantò nel fianco destro del mostro.
La bestia ruggì di dolore, Alasdair prese al volo il cilindro e lo lanciò giù da un dirupo. Il pipistrello lo gettò al suolo sfregiandogli il petto, poi aprì le ali e inseguì il rotolo.
Il cacciatore cercò di rialzarsi, ma le forze gli vennero a meno, precipitò in uno dei suoi incubi. »
Sam e Britney si erano addormentati, amavano quel tipo di storie.
Scott si alzò dalla sedia e raggiunse Natalie, la sua splendida moglie.
« Sei proprio un dono del Signore. » sorrise lei.
Scott la baciò.
Capitolo 3
L'incubo fu più dolce, quasi un sogno.
Alasdair era circondato da affetto e calore, come se fosse stretto nell'abbraccio di una splendida famiglia. Ricordava il corpo della meravigliosa bionda e i suoi dolci baci, in quel momento si sentiva l'uomo più felice e fortunato di tutto il mondo.
Lei gli aveva ricordato una promessa, Alasdair aveva annuito, poi si erano addormentati insieme nel caldo letto.
Per questo il ritorno alla realtà fu più doloroso.
Aprì gli occhi nella gelida notte d'inverno, la neve lo ricopriva per metà. Ogni suo muscolo era congelato, provò ad alzarsi, ma il suo cervello bruciò dal dolore.
Ricordò la lotta contro il pipistrello, la sua incredibile forza e l'ossessione per il rotolo.
Gli aveva affondato il coltello da caccia nel fianco, un gesto dettato dalla disperazione più che da un'intuizione geniale. La fortuna lo aveva aiutato, la bestia era vulnerabile alle armi mortali e conosceva la sofferenza.
Provò ancora ad alzarsi, sentiva il corpo ribellarsi, ma lo ignorò, se non avesse trovato riparo al più presto sarebbe morto assiderato.
La nevicata era cominciata da poco, ma cade fitta costringendo Alasdair ad avanzare con cautela.
Fece un controllo mentale dei danni, una spalla lussata, almeno una costola incrinata e uno splendido graffio sul petto che pareva non volersi rimarginare bene.
Il suo adorato arco di tasso si era spezzato quando il maledetto pipistrello lo aveva lanciato contro il costone, poche cose mandavano in bestia Alasdair e questa era una di quelle.
La creatura e il suo padrone avrebbero pagato per l'affronto, un arco del genere non gli sarebbe mai venuto di nuovo. Impiegò quattro mesi per costruirlo, dovette scegliere il miglior legno, lavorarlo secondo gli insegnamenti di Roa, apportando le giuste modifiche. Era un'arma più unica che rara ed ora giaceva rotta nel nord del continente.
Fece l'inventario di ciò che gli rimaneva: razioni per altri quattro giorni, otto frecce e l'accetta, si consolò sapendo di aver affrontato situazioni peggiori di quella.
A quattro ore di cammino c'era un piccolo villaggio di cacciatori, ma era escluso che ci arrivasse vivo. Pur non sapendo dove andare Alasdair continuava a camminare, cercava di scacciare il desiderio di dormire, perché in notti come queste significava morire.
Riportò alla mente gli insegnamenti di Roa, il vecchio era solito dire di non cacciare mai con la neve perché era infida, ma se proprio costretti cercare un riparo prima dell'arrivo della tormenta.
Il maestro non amava condividere i suoi segreti sulla caccia, per questo considerava Alasdair e Ryestraw dei ladri, dei piccoli roditori che rubavano dalla sua dispensa. Non aveva mai nascosto il suo odio verso gli allievi e non faceva mai mancare loro una buona dose di botte giornaliera.
Sono proprio allo stremo se penso a Roa si disse Alasdair.
Nel suo arrancare cadde in una buca, per la botta si morse la lingua e il sapore metallico del sangue gli inondò la bocca. Provò a rialzarsi, ma questa volta il suo corpo vinse la ribellione e, per quanto si sforzasse, ricadeva al suolo come un peso morto.
Ebbe un'idea, sapeva di cani che per sopravvivere alle bufere scavavano fosse nella neve, il loro corpo rimaneva caldo per tutta la notte e la mattina ne uscivano sani e salvi. Con le poche forze che gli rimanevano scavò, il gelo gli aveva intorpidito le mani, a stento sentiva la sua faccia e il sonno avanzava.
Dopo una trentina di centimetri le sue unghie raschiarono contro la nuda roccia, così finì la storia di Alasdair.
« Nora porta dell'altro brodo caldo. »
La donna corse dalla cucina al piccolo salotto con in mano una scodella di brodaglia gialla fumante.
L'uomo la prese con fare brusco, soffiò un attimo sopra e la versò nella gola del superstite.
« Bevi tutto, ti riscalderà. » gli disse aiutandolo ad ingerire.
« Hugo, secondo te ha qualche speranza? » chiese preoccupata la donna.
L'uomo scosse la testa.
« L'ho trovato più morto che vivo, anche se dovesse sopravvivere dovremmo tagliarli alcune dita dei piedi e forse delle mani. Inoltre il freddo gli ha bruciato un orecchio, se fossi in lui non mi risveglierei. »
La donna nascose le lacrime nella gonna.
« Nora smettila di piangere! » sbottò l'uomo. « Non sarà con le lacrime che si salverà! Prepara altro brodo! »
Vegliarono sul superstite per altre tre ore, poi Hugo prese un lenzuolo e coprì il corpo.
Nora pianse e suo fratello la strinse a sé cercando di consolarla.
« Sono arrivato troppo tardi. Un'ora prima e sarebbe ancora vivo. Scusami. »
La donna continuò a singhiozzare sino a quando la porta non si aprì di nuovo e un uomo entrò di corsa portando sulle spalle un altro moribondo.
« Hugo fagli spazio, questo può ancora farcela! » ordinò Ander.
I due liberarono uno spazio vicino al camino, in modo che il moribondo fosse al caldo in ogni momento.
« Nora porta del brodo! »
« No! » lo contraddì Ander. « Porta lo scotch. »
L'uomo fu steso su un tappeto di montone e coperto con una pelliccia d'orso. Ander aveva cercato di tenerlo al caldo lungo il tragitto. Lo aveva trovato mezzo morto sotto un sottile strato di neve, vivo solo perché indossava abiti abbastanza pesanti. Non aveva esitato a caricarlo sulla slitta, gli aveva dato quel poco liquore rimasto nella fiaschetta e pregato la Dea che non morisse durante il viaggio.
Le sue preghiere erano state esaudite e ora lo sconosciuto giaceva nel salotto della famiglia Donoval.
« Hugo avete trovato il figlio di Mich? » chiese Ander togliendosi di dosso la neve.
Il fratello abbassò il capo e indicò il corpo sotto il lenzuolo.
« Che la Dea abbia cura della sua anima, era un bravo ragazzo. » disse portandosi due dita al cuore.
Hugo scattò in piedi afferrandolo per il collo.
« Tu e la tua Dea! Se fosse davvero misericordiosa lo avrebbe salvato! »
« La Dea ha un pro... » e un pugno lo fece ammutolire.
« Non è giornata Ander. Parla ancora della Dea e non mi limiterò ad un pugno. » poi voltò le spalle al fratello e sparì in cucina.
Nora arrivò pochi istanti dopo con una bottiglia di vecchio scotch, riempì mezzo bicchiere e la fece bere all'uomo steso vicino al loro camino. All'inizio non accadde nulla, poi il moribondo tossì e sembrò riacquistare conoscenza.
La casa si agitò: Ander gridava ordini come un sergente, Hugo e Nora scattavano da stanza a stanza. Fu portato del brodo caldo, poi altro scotch, gli diedero una coperta pesante, ma soprattutto fecero di tutto per non farlo riaddormentare.
« Ricordi il tuo nome? » gli chiese Nora.
L'uomo la guardò dai suoi occhi amaranto e rantolò una risposta.
« Alasdair. »
« Hai detto un pipistrello? »
Il cacciatore si grattò la testa, non era facile spiegare una cosa del genere.
« All'inizio lo era, poi è diventato più grande, ma soprattutto più intelligente. »
« In che senso più grande? »
Alasdair cercò di raccontare gli avvenimenti che lo avevano condotto sino al nord, i tre fratelli lo ascoltavano assorti, come se fosse un cantastorie di un antico reame.
« E questo è tutto. »
« Lei deve essere benedetto dalla Dea. » gli disse Ander.
« Vorrei crederlo signor Ander, vorrei crederlo. »
Hugo si alzò adirato, riprese il triste lavoro con Simon. Gli oli per la conservazione del corpo era tutti sul tavolo, l'uomo miscelò una mistura tramandata dalla sua famiglia per generazioni e la cosparse minuziosamente sul ragazzo.
I Donoval erano una famiglia di medici, la loro storia risaliva a Gregor, nonno dei tre fratelli, trasferitosi dal sud per aiutare la povera gente del nord. Suo figlio Tom aveva seguito le orme del padre e così anche i suoi tre discendenti.
Conosciuti per la loro bravura, i Donoval erano richiesti in tutti i villaggi, i fratelli erano persone oneste, che chiedevano come compenso solo qualche moneta di rame e cibo.
« Mi spiace per il ragazzo. » disse Alasdair.
Hugo lo guardò con astio dritto negli occhi.
« È stata la tua Dea ad ucciderlo. »
Il cacciatore comprendeva quell'odio, lo aveva visto in molti popolani che perdevano ciò che gli stava più caro.
« No signor Hugo, non è stata la Dea: è stato l'inverno. »
« Perdoni mio fratello signor Alasdair, non ha un buon rapporto col Credo. »
« Nemmeno io. » rispose secco il cacciatore.
Il silenzio calò per tutta la notte, i Donoval si concentrarono sull'imbalsamazione del giovane Simon, Alasdair cercò di organizzare un piano per rintracciare il pipistrello e capire chi lo avesse inviato a rubare i rotoli di Hitò.
Quando i tre fratelli si svegliarono il mattino dopo trovarono un sacchetto pieno di corone d'oro, ma nessuna traccia del cacciatore.
Se una bestia del genere era ancora in giro solo una persona avrebbe potuto sapere dove si nascondesse, ma raggiungere quella donna sarebbe stato altrettanto pericoloso.
Lea Rean era una potente strega, un'incantatrice dei vecchi miti, una leggenda vivente. Da secoli si era trasferita in una remota zona della Foresta delle Piaghe, viveva in un'imponente villa protetta giorno e notte da un branco di unicorni. Alasdair aveva avuto il dispiacere di conoscerla per la prima volta circa dieci anni prima, quando era ancora un giovane cacciatore che cercava di farsi strada in un mondo difficile. Non si erano lasciati con le migliori intenzioni, Lea aveva promesso di ucciderlo al prossimo incontro e Alasdair era stato talmente arrogante da non prendere sul serio quella minaccia. Qualche mese dopo la strega aveva inviato uno dei suoi mastini ad aprirgli il ventre, solo l'intervento di Roa aveva salvato il giovane e questo rodeva ancora al cacciatore.
Da quell'incidente Alasdair non aveva quasi più visto Lea, ma sapeva che la strega poteva essergli utile per la sua caccia, la preda era una bestia magica e chi meglio di lei poteva rintracciarla.
Il cacciatore era tornato nel sud per far visita ad un suo contatto che sperava potesse aiutarlo a scoprire dove la strega si nascondesse, sfortunatamente l'uomo non sapeva nulla. Alasdair non si fece prendere dallo sconforto, se non riusciva a trovare Lea sarebbe stata lei a trovarlo.
Cominciarono a girare voci che il famoso Alasdair era riuscito a mettere mano su uno dei pochi cornoceronti, piccole lucciole in grado di condurti nella leggendaria Panmo, la città di tutte le creature magiche.
Il cacciatore si trovò presto assediato dal popolino, colleghi e i pericolosi affiliati del Libro, una setta di assassini. Un giorno alla sua porta bussò persino Ryestraw, l'amico voleva vedere il cornoceronte e partire immediatamente verso Panmo, ma Alasdair lo scacciò gentilmente dalla sua proprietà puntandogli una freccia in testa.
Il tempo passava e Lea non si faceva vedere, possibile che la strega non fosse caduta nella trappola? Alasdair sapeva che era tenuta a verificare se avesse trovato veramente la piccola bestia magica, doveva solo aspettare. Per ingannare l'attesa cercò i materiali per costruirsi un nuovo arco, ma in pieno inverno l'impresa risultava ardua. Si dovette indebitare con molti artigiani per ottenere il legno che voleva, lavorò per tutta la stagione e a metà della primavera finì l'arma. Il nuovo arco era composto da nove tipi diversi di legno, seguendo le tradizioni dei maestri dell'ovest, alto più di due metri, una sfida per Alasdair che non aveva mai impugnato uno.
Prima dell'inizio dell'estate il cacciatore aveva imparato ad usarlo, aveva ancora qualche problema che solo la pratica poteva risolvere. Cominciò a preparare le provviste e l'equipaggiamento per la spedizione verso Panmo, aprì la piccola teca dove il cornoceronte riposava, solo per controllare la sua salute.
La seconda settimana d'estate Alasdair sistemò l'ultima trappola e partì verso la città di tutto ciò che è magico. Molti vennero a salutarlo e altrettanti cercarono di stargli dietro, ma al terzo giorno di viaggio abbandonarono ogni speranza, il cacciatore era più abile anche del più promettente giovane.
Ryestraw decise di rimanere in una delle sue case sulla costa orientale a godersi il magnifico clima e le meravigliose ragazze. Mentre sorseggiava una bevanda del luogo ammise a sé stesso che nemmeno lui sarebbe stato in grado di seguire Alasdair, l'amico poteva letteralmente sparire senza lasciare traccia alcuna.
Tutti avevano rinunciato al cacciatore, ma l'uomo sapeva di non essere solo nel viaggio. Ogni istante sentiva gli occhi di qualcosa puntati contro e non erano quelli dei predatori.
In una giornata particolarmente calda la strega apparve.
Alasdair era disteso all'ombra di un olmo, cercando di scappare dalla morsa del sole, una leggera brezza proveniente da est portava l'odore del sale. L'uomo si chiedeva cosa avrebbe trovato Panmo, si diceva che la città fosse piena d'oro, ma non gli interessava quel tipo di ricchezza. E nel riflettere del più e del meno Lea apparve improvvisamente davanti ai suoi occhi.
La strega, nonostante i millenni di vita, era una donna bellissima dai lunghi capelli rossi e occhi color ghiaccio. Le delicate lentiggini le conferivano un aspetto benevolo e gentile, un cappuccio color sabbia incorniciava il suo splendido volto.
« Cos'è questa storia Alasdair? » domandò secca Lea.
« Non pensi che io sia in grado di trovare un cornoceronte? »
La strega lo guardò storto.
« So che ne sei capace, ma non te ne faresti nulla. Non sei quel genere di uomo. »
« Potrebbe non essere per me... »
« Basta coi giochetti! » la voce della strega era forte come il mare in burrasca. « Dimmi cosa vuoi? »
Il cacciatore si alzò, schiarì la voce e cominciò a raccontare la sua ultima caccia, le disse anche dei suoi incubi, sperando fossero legati al pipistrello.
« Ti sei scomodato così tanto per un semplice diavolo. Mettiti il cuore in pace Alasdair, al mondo esiste qualcosa che non potrai mai cacciare. »
« Non prenderti gioco di me strega! Deve esserci un modo per sconfiggerlo. »
Lea lo guardò come un genitore fa col figlio insistente.
« È stato creato apposta per te. Ogni tua caccia è nella sua testa, ogni tuo successo e fallimento. Chiunque lo abbia invocato deve veramente odiarti. L'unico modo per uccidere un diavolo e uccidere chi lo ha convocato, ma devi possedere dei grandi poteri per poter tenere una di quelle bestie sotto il tuo controllo. »
« E gli incubi? » chiese speranzoso.
Per la prima volta Lea poté sentire la paura nella voce del cacciatore, quei sogni lo stavano lentamente consumando.
« Mi spiace Alasdair, non conosco alcuna magia del genere. »
Fu solo per un istante, ma la strega riuscì comunque a scorgere il suo volto distrutto.
« Adesso che farai cacciatore? »
Alasdair le rispose con un sorriso determinato.
« Andrò da chi mi odia con tutto il suo cuore. » e come una creatura della foresta sparì nella boscaglia.
La strega raccolse una piccola teca in vetro scura, la sentì muoversi nelle sue mani e incuriosita l'aprì: un piccole cornoceronte volò verso la libertà.
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