Capitolo 1
« Adesso fai anche
questo per denaro. »
Il cacciatore ingollò
quello che rimaneva della pinta di birra.
« Mi conosci Ala,
ucciderei perfino mia madre per l'oro. Certo dovrebbe essere una
bella somma, ma lo farei lo stesso. »
Alasdair scosse la testa
contrariato.
« Ryestraw l'oro di
quelle persone ti lega a loro, come cacciatore devi sentirti libero
di fare quello che vuoi. »
« Ti sbagli mio caro
amico, l'oro di quelle persone li lega a me. Sanno di non dovermi
fare fretta, che porterò a termine il loro compito, ma sopratutto
hanno imparato a non ingannarmi perché conoscono le conseguenze. »
« Poi non venire a
chiedere il mio aiuto se finisci nei guai. »
Ryestraw rise di gusto.
« Chiedere il tuo aiuto?
Non potrei mai cadere così in basso. »
Ordinarono altre due
pinte e brindarono alla buona sorte.
« Adesso dimmi perché
mi hai cercato. » gli occhi amaranto di Alasdair erano fissi sul
viso dell'amico.
Conosceva Ryestraw da una
vita, lui era l'unico che lo capiva davvero. Cresciuti insieme e
allenati dallo stesso maestro, i due cacciatori rivaleggiavano in
bravura. Possedevano le stesse capacità e abilità, anche se
percorrevano lo stesso cammino seguivano due direzioni diverse ed
erano le rare volte in cui si incrociavano i sentieri a preoccupare
Alasdair.
« Bere una birra con un
vecchio amico non ti basta come motivo? » rispose Ryestraw con un
sorriso che gli illuminava il volto.
« Rye, cosa vuoi? »
« Mi hai scoperto. »
sospirò teatralmente. « Si tratta di un lavoretto facile. »
« Raccontala a
qualcun'altro. »
Ryestraw finì la sua
birra tutto d'un sorso.
« C'è un tale, un certo
Han' Zig, un tipo dell'ovest. Questo Han' Zig mi ha promesso trecento
corone d'oro per l'uovo di una vacca delle sabbie. Dici che avrei
dovuto chiedere di più? Non volevo sembrare avido. »
« Tu sei un folle. Una
vacca delle sabbie, non le caccerei nemmeno per tutto l'oro del
mondo. »
« Per questo hanno
scelto me e non te. Allora ci stai? »
« No e dovrei
dissuaderti dal farlo. »
« Perfetto si parte
domani mattina presto. E ora ti lascio, c'è una cameriera che mi
cerca. »
Alasdair era steso nella
camera da letto che l'amico gli aveva pagato, un posto elegante,
lenzuola di seta, arazzi tessuti in oro, Ryestraw navigava in buone
acque. Il cacciatore biondo era sempre stato un uomo che vedeva nel
suo lavoro solo un mezzo per ottenere maggiori ricchezze. Sin dai
primi mesi con Roa era emersa questa differenza tra i due. Alasdair
sapeva che l'oro portava cibo, per questo guadagnava lo stretto
necessario per vivere una settimana o due, Ryestraw invece voleva di
più, pareva voler possedere ogni cosa al mondo.
Le parole che si erano
scambiate poche ore prima erano vere, avrebbe venduto persino sua
madre al giusto prezzo, chiunque lo avrebbe disprezzato per quella
affermazione, ma non Alasdair. Lui era l'unico che lo capiva
veramente, che aveva provato sulla sua pelle il prezzo delle persone.
Si alzò, aprì le
imposte e lasciò che la notte lo pervadesse, amava il cielo
stellato. I piccoli diamanti, che imperlavano il manto nero,
pulsavano vividi nell'oscurità, silenti guardiani della città.
Raccolse l'accetta,
un'arma semplice che nelle sue mani diventava dispensatrice di morte,
la fece girare un paio di volte tra le mani poi lanciò un altro
sguardo alla città addormentata: sarebbe andato a caccia.
Quando Ryestraw tornò
stavano spuntando l'alba, la cameriera lo aveva intrattenuto tutta la
notte, quella donna aveva degli appetiti insaziabili, ma lui era un
maestro e l'aveva soddisfatta per sette volte. Gli aveva lasciato dei
teneri morsi sul collo e sulle braccia, i graffi sulla schiena gli
dolevano piacevolmente.
Anais aveva detto di
chiamarsi, si sarebbe ricordato di lei quando fosse tornato a Dae,
una puledra del genere era da cavalcare almeno un'altra volta.
Sorrise nel ricordarsi di
averle detto che l'amava come nessun'altra, una piccola bugia per
ottenere la sua totale devozione.
Ancora carico del profumo
di lei si affrettò a raggiungere la locanda dove Alasdair
alloggiava, Ryestraw era certo che all'amico non sarebbe piaciuta la
stanza, l'aveva scelta apposta, la considerava una piccola vendetta
per tutte le volte che lo aveva accolto in quel tugurio che si
ostinava a chiamare casa.
Un collerico oste lo
bloccò all'ingresso.
L'uomo, che si faceva
chiamare Seppia per il suo incantevole vizio di sputare saliva nera,
era grosso quanto un toro e probabilmente più stupido.
« Dov'è? » gli ringhiò
appendendolo per il collo al muro.
« Dov'è cosa? »
« Mia figlia! »
« E chi sarebbe? »
chiese confuso Ryestraw, lui non era tipo da spassarsela con le
vacche.
« Anais! »
Ora era nei guai, chi se
lo sarebbe immaginato che la bella cameriera era la figlia di quel
mostro di oste. Un pensiero malizioso gli attraversò la testa, si
lasciò scappare una risatina che Seppia non gradì.
Partì un manrovescio che
gli fece battere tutti i denti, se fosse comparso un livido sul suo
splendido volto l'oste l'avrebbe pagata.
« Rispondi cane
bastardo! »
« Non so di cosa parli,
amico. »
Ryestraw rimase sorpreso
dalla potenza del gancio di Seppia, il colpo allo stomaco lo piegò
in due. Sperava che l'uomo smettesse al più presto, perché non
voleva che Anais rimanesse orfana, ma era come insegnare la
matematica ad un porco.
Seppia continuò a
tempestarlo con una gragnola di colpi, se la situazione fosse stata
diversa Ryestraw lo avrebbe già ucciso, ma non poteva ammazzare un
padre di famiglia che cercava di difendere la reputazione di una
figlia già compressa.
Tra i ganci e i
manrovesci l'aitante cacciatore si stupì di come Anais, che sembrava
così tanto innocente, gli avesse mostrato orizzonti mai visti prima,
la ragazza aveva un dono e sapeva come metterlo a frutto.
« Ci sono problemi? »
si intromise un uomo.
Seppia si voltò verso lo
scocciatore, rivolgendogli la sua più truce delle occhiate, ma non
era nulla a confronto di quello che vide.
Un uomo dai capelli
castani, schiariti dal sole, lo fissava coi suoi occhi amaranto. In
spalla portava la carcassa di un giovane daino e, chiusa nella mano
sinistra, un'accetta ancora grondante di sangue.
Il volto era aperto in un
sorriso terrificante, i denti gialli e la barba incolta del
cacciatore gli conferivano un aspetto demoniaco.
« Ci sono problemi? »
chiese ancora avanzando di un passo.
Seppia lasciò cadere
Ryestraw e fuggì come un bue impaurito nelle cucine.
« Potevi facilmente
ucciderlo, perché non lo hai fatto? » gli chiese Alasdair dopo aver
aiutato a rialzarsi.
« Magnifico, non pensavo
fossi diventato un assassino sociopatico Ala! Ti fa male girare con
me. »
« Risparmiami il tuo
sarcasmo Ryestraw. Tu e le tue cacce. » c'era una nota di qualcosa
che assomigliava al disprezzo e questo non era da Alasdair.
« Ala, mi vuoi spiegare
che ti prende? »
« Non lo so Ryestraw,
non lo so. »
« Un altro dei tuoi
incubi? »
Alasdair annuì
debolmente, come se si vergognasse di parlarne.
« Prima durante la
caccia. C'erano strani suoni, globi di luce che oscuravano le stelle
e poi quella terribile angoscia che mi opprimeva. Ogni volta si fanno
più intensi e lunghi. »
« Tranquillo, troveremo
una soluzione. Ma come mi disse un saggio: prima i problemi immediati
e il duro lavoro di stanotte mi ha reso molto affamato. Verso la
colazione! »
Alasdair rise.
« Sapevi tutto! »
sbottò Ryestraw.
Alasdair continuava a
mangiare sereno il suo pezzo di carne secca.
« Intuito più che altro
e ho preso le necessarie misure. »
« Diavolo di un
cacciatore! Alasdair potevi rendermi partecipe delle tue intuizioni.
»
« E privarti del calore
di una donna? Non mi avresti mai dato ascolto. »
Ryestraw crollò a terra,
pensò a tutti gli oggetti che aveva lasciato in quella squallida
locanda. I suoi oli, le spezie aromatizzate, i suoi abiti, ma quello
che lo faceva infuriare era la scarsella d'oro nascosta sotto una
trave della camera.
« Mi restituirai ogni
singola moneta Alasdair! »
L'uomo rise di gusto.
« Puoi prenderti la mia
parte per questo lavoro e saremo pari. »
« Non riesco a capire
come puoi dare così poco valore al denaro. »
« Dall'oro non cresce
nulla. »
Ryestraw scrollò le
spalle e scomparve nel folto della boscaglia.
I due avevano mangiato
lungo la strada, il piccolo incidente li aveva costretti a muoversi
rapidamente, in tutta la città si parlava delle prodezze di Ryestraw
e Alasdair non voleva attirare altra attenzione.
Scosse la testa pensando
al guaio in cui si stava per infilare: cacciare una vacca delle
sabbie, follia pura anche per lui.
Aveva visto quelle bestie
poche volte nella sua vita, animali bruni della taglia degli
elefanti, coperti da una fitta pelliccia dura come il ferro. Il viso
allungato terminava con cinque zanne affilate come lance, i piccoli
occhi frontali scintillavano sardonici. Tutti i cacciatori si
tenevano alla larga da quegli spietati predatori e per questo un solo
brandello di pelle valeva almeno dieci corone d'oro.
Alasdair sperava che
Ryestraw avesse un piano, occuparsi poteva essere difficile, ma
rubare un loro uovo era al limite dell'impossibile.
Silenzioso come l'ombra
raggiunse l'amico ora intento ad osservare un nido di vacche della
sabbia.
Roa, il suo vecchio
maestro, gli aveva insegnato degli animali, ma pronunciarlo per
intero richiedeva almeno mezza giornata. Secondo il cacciatore le
vacche furono i primi animali a raggiungere Hêrne, giunsero dai
valichi delle montagne del Sud durante la Grande Siccità. Roa si
ostinava a dire che i suoi antenati sapevano come ucciderle con una
sola punta di selce, ma il vecchio non aveva mai mostrato quella
tecnica ai suoi allievi.
« Chissà cosa direbbe
il vecchio. » sussurrò Ryestraw studiando il piccolo branco di
vacche.
Le bestie pasteggiavano
coi resti di una grossa alce, con le zanne strappavano pezzi di carne
che poi scivolavano nelle loro aguzze bocche. Lo schianto delle ossa
eccitò Ryestraw, attendeva prede del genere da una vita. I due
maschi furono scalzati da una grossa femmina dal manto color latte,
la vacca muggì minacciosa reclamando il possesso della carne.
Lo sguardo dei cacciatori
si posò sulla covata, Alasdair rise stupefatto; le uova pendevano
dal ventre come fossero mammelle.
« Avrei dovuto chiedere
più oro. » valutò Ryestraw.
« Siamo ancora in tempo
per andarcene. »
« Sbaglio o il grande
Alasdair non vuole essere sconfitto da Ryestraw. »
« È una sfida? »
« Chi perde si porta le
uova sulla schiena. »
« Sarà divertente
vederti fare il mulo. »
« Non contarci troppo
Ala. »
Analizzarono la
situazione, per poter recuperare le uova avrebbero dovuto uccidere
tutte e tre le bestie. Alasdair contò le frecce in faretra, circa
una ventina, forse non sarebbero bastate.
La folta pelliccia li
ricopriva come un'armatura, solo il ventre era vulnerabile, ma
lanciarsi nella mischia equivaleva ad un suicidio.
« È la tua caccia
Ryestraw, qualche idea? »
Il biondo lo guardò con
occhi di ghiaccio.
« Prendi queste e
colpisci l'attaccatura del collo. Vedi di non sprecarle, ne ho poche.
» disse porgendogli cinque frecce lunghe con la punta in selce. «
Salì su quell'albero a nord e attendi il mio segnale. »
Alasdair si mosse rapido,
conscio del poco tempo rimanente, finita la carne si sarebbero
spostati in cerca di altre carogne. Il cacciatore dagli occhi
amaranto scelse con cura il ramo dove appostarsi poi attese il
segnale dell'amico.
Il sentiero battuto dalle
vacche era uno spiazzo largo una trentina di metri, del loro
passaggio rimaneva solo erba calpestata e fango. Gli alberi si
spezzavano sotto il loro peso, la terra tremava ad ogni loro passo,
le indiscusse signore della foresta. I due cacciatori si attendevano
sulle querce che fiancheggiavano la desolazione prodotta dagli
animali mastodontici, si udiva solo il mangiare rumoroso della
femmina e i grugniti irritati dei due maschi, poi nel pomeriggio si
udì il canto di un falco, seguirono dieci fischi e muggiti di
dolore.
Ryestraw osservò i due
possenti maschi crollare al suolo in una pozza di sangue, doveva
agire in fretta prima che la femmina fuggisse terrorizzata. Imprecò
quando si accorse di aver solo una freccia a punta di selce, le
altre le aveva lasciate in stanza. Sarebbe sceso e avrebbe affrontato
la vacca munito solo del suo machete, una storia che avrebbe attirato
molte donne se ne fosse uscito vivo.
Alasdair non poteva
credere ai suoi occhi, Ryestraw era sceso dall'albero e stava
correndo verso la vacca, cosa non avrebbe fatto l'uomo per dell'oro.
Il terrore negli occhi dell'animale scomparve alla vista del biondo
cacciatore, la bestia mastodontica puntò Ryestraw e caricò contro.
Dall'alto Alasdair non
poteva far altro che scoccare frecce contro l'animale furioso, ma
queste rimbalzano sulla pelle coriacea. Vibrata la ventesima capì
che solo la Dea poteva aiutare Ryestraw, per l'amico c'erano scarse
probabilità di sopravvivenza. Alasdair cercò di raggiungerlo il più
velocemente possibile, ma quando toccò terra vide la mole della
bestia investire Ryestraw.
Corse come se avesse le
fiamme dell'inferno alle spalle, non voleva pensare a cosa gli fosse
accaduto, non avrebbe mai accettato la sua morte. La nube di polvere
alzata dalla vacca lo investì insieme alla zaffata di morte.
« Ryestraw! » gridava a
squarciagola. « Ryestraw! »
Sentì un gemito
sommesso, pregò che fosse ancora vivo.
Il polverone si diradò
svelando il finale dello scontro: Ryestraw si ergeva vincitore zuppo
degli intestini della vacca, rideva come un idiota. Quando la bestia
gli era corsa contro, si era semplicemente accovacciato alzando il
machete al cielo, aveva sfruttato la carica dell'animale per aprirle
il ventre. Un azzardo che gli aveva fruttato trecento corone d'oro.
« Diavolo di un
cacciatore! Tu sei tutto matto! » sbraitò Alasdair dandogli pacche
sulla schiena. « Giuro che ti avevo visto morto! »
Ryestraw si appoggiò
all'amico, il giochetto lo aveva lasciato scosso e con un braccio
slogato.
« Vai a prendere quelle
dannate uova e togliamoci da qui. Ora voglio solo un boccale di birra
e il calore di una donna. »
Ma il biondo dovette
aspettare altre tre ore prima di mettersi in marcia, Alasdair aveva i
suoi rituali da compiere dopo ogni caccia e non lo avrebbe
interrotto.
Vide l'uomo tagliare le
parti migliori degli animali e caricarsele sulle spalle, poi appoggiò
una freccia su ognuno dei corpi e pregò per le loro anime. Insieme
intonarono il canto dei cacciatori del nord, la litania si levò
forte nel tramonto giungendo alle orecchie della Dea.
Rientrarono a Dae che era
la mattina del giorno dopo, furono accolti come degli eroi, la carne
che portarono alla locanda di Seppia fece diventare l'oste loro
amico.
Festeggiarono tutta la
giornata, quella sera sia il letto di Ryestraw che quello di Alasdair
erano scaldati da due giovani donne.
Al suo risveglio Ryestraw
trovò una freccia di legno bianco conficcata sulla porta, la staccò
sapendo che Alasdair era già partito.
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