La stanza non era particolarmente piccola, grande quanto un salotto, di quelli all’inglese con due locali, solo che che questi erano separati da una grata di ferro.
Forse era la scarsa illuminazione a renderla agghiacciante, la luce rossa osservava ogni angolo, un occhio famelico che desiderava solo sfamarsi, nulla sfuggiva al suo sguardo cremisi come il sangue.
L’odore del calcinaccio e della polvere mozzava il respiro, l’aria pesante riempiva i polmoni e svuotava l’essenza della vita, i passi diventavano sempre più lenti e fermi, tutta la stanza sembrava chiudersi intorno, sempre più piccola, una gabbia di quattro mura invalicabili.
Quanti? Quanti erano stati lì dentro?
Quanti erano sepolti tra quelle mura di pietra? Quanti avevano esalato il loro ultimo respiro?
Il tavolo, appoggiato ad una delle pareti, ricordava quelle vecchie cucine piene di liti famigliari e dissapori mai risolti e d’accogliente non riusciva ad aver più nulla. Le gambe rose dai tarli nascondevano ora la tana di muffe e funghi, le loro spore avvelenavano l’aria e lo spirito di chi la respirava.
Sul pavimento sconnesso, dove pietra mancava o era spaccata, c’erano le poche tracce di vita umana: segni d’unghie erano il sentiero che conduceva nell’oscurità della stanza.
Da qualche parte il pulsante fu premuto, il conto alla rovescia partì e con esso i loro ultimi sessanta minuti.
Sotto gli infiniti occhi nascosti nell’ombra le loro voci risuonavano a vuoto, chiedevano aiuto ma nessuno sarebbe corso per loro, imploravano in vano libertà, fino a che non furono solo rauchi sussurri.
Ed il tempo inesorabile scorreva.
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