Passa ai contenuti principali

La Sindrome da Eroe: parte tre

C’era una volta, tanto tempo fa, un cavaliere incredibile che proteggeva le terre di Ghilver da tutti i pericoli.
Un uomo buono, che gioiva nell’aiutare il prossimo, non si risparmiava mai per dare un mano a chi ne aveva realmente bisogno.
Grazie a lui nessun mostro, nessuna creatura malvagia attaccava le terre di Ghilver e il Re ne era tanto contento da avergli dato in sposa la sua unica figlia.
Anni prima, questo magnifico eroe aveva salvato la gente di Ghilver da un terribile gigante che tutti chiamavano Piedenero ed ora era pronto a difenderli da qualunque minaccia.
I giorni passavano e nessuna minaccia si mostrava all’orizzonte, il valente cavaliere diventava sempre più impaziente, voleva poter aiutare la sua gente e senza nessun mostro da combattere non ci sarebbe riuscito.
Dopo mesi di attesa, in una mattina d’estate, una strana nuvola rossa cominciò ad avvicinarsi alla capitale di Ghilver. Le fiamme danzavano nel cielo, volando sulle ali di un mastodontico drago verde come lo smeraldo.
Gli abitanti dei villaggi scappavano impauriti davanti alla possenza della creatura alata, il fuoco aveva distrutto le loro case e non c’era più nessun posto dove andare se non la capitale.
“Valente cavaliere, il drago è alle porte! Va e sconfiggilo!”
“Sì mio Re!”
E così il giovane e valente cavaliere prese la sua lancia d’oro e d’argento e s’apprestò a sfidare la bestia malvagia.
La terra era bruciata dalla fiamme, l’odore acre della carne pervadeva la mite aria del mattino e la foschia sfumava i contorni del mondo, una realtà di sogno, dove le immagini perdevano e acquisivano forma diversa.
Il drago era attorcigliato su se stesso, le squame smeraldo catturavano la luce del sole rendendo quel verde ancora più cupo, il luogo del non ritorno. Il respiro della creatura era lento e calmo, un vento che soffiava la sua storia, raccontava di bestiame ucciso, del sapore del sangue dell’uomo, della dolcezza del denaro, l’avarizia quel dolce miele che governava la sua vita. Tanto era immobile che sembra essere una tremenda statua, l’opera di uno scultore catturato dai suoi demoni, ma esso era più reale dell’Inferno stesso.
Nella sua armatura d’argento rosso, Husson, il primo cavaliere di Ghilver tremava dalla paura, ogni fibra del suo corpo gli gridava di fuggire, ch’era da stolti rimanere davanti a tale potere, che di lui sarebbe rimasta cenere.
Scosse la testa, lui era il primo cavaliere voleva sconfiggere la creatura malvagia, ne aveva bisogno la sua terra. Alzò lo sguardo sull'abominio che gli inferi aveva liberato nel mondo dei puri, finché avesse avuto fiato in corpo lo avrebbe combattuto; la punizione del giusto sarebbe caduta sulla bestia, come anni prima cadde su Piedenero, il gigante che per troppo tempo aveva te lacerarrorizzato la sua gente.
Husson, il primo cavaliere di Ghilver, issò la sua lancia, una fitta trama d'incantesimi ricamava la punta argentea dell'arma. Nella tetra aria brillava d'un pallore mortale e come la luna la sua luce opalescente scacciava le tenebre, sorelle e figlie del drago ora assopito.
Sentì sotto di lui il  cavallo tremare per il terrore, povera bestia stupida, priva della materia di cui sono fatti gli eroi, come biasimarti. Questo pensò Husson lasciandola libera di correre verso casa come un codardo disertore.
L'uomo sentiva la stessa paura assediargli il cuore, una marea nera che minacciava di annegare i suoi nobili valori e così nell'ora più buia il cavaliere si erse, anima e corpo, contro il nemico dalle infide abilità.
Intonò una preghiera all'Eterno, raccolse tutto se stesso nel braccio destro, fallire non era consentito, non avrebbe avuto un'altra occasione e così scagliò la lancia contro il drago.
Un lungo fischio avvolse il paesaggio e poi fu come se un fulmine avesse attraversato nere nubi, la luce della giustizia incendiò l'aria, l'acre odore della carne bruciata fu sostituito dal sapore metallico del sangue che scorre nella gola, ferita fu fatta, ma era questa mortale?
Il drago si destò attimi prima che Laug, la lancia della Determinazione, lacerasse la corazza scagliosa portandolo alla morte. I possenti arti graffiarono l'aria e le grandi ali s'aprirono, bastò una frazione di secondo e un nugolo di spini velenosi circondarono il valente Husson.
Il collare di pelle e ossa s'allargò sul collo del drago, risplendeva d'un viola in contrasto col verde del manto squamoso. Gli occhi ridotti a fessure fischiavano tutto il loro odio, un sibilo spaccò il silenzio in mille frammenti, non servirono parole per capire cosa sarebbe accaduto.
Gli spini non erano riusciti a vincere l'armatura santificata del valente cavaliere, egli sguainò la spada che aveva trafitto il cuore di Keras il grande Mannaro, le antiche rune brillavano sinistre alle fiamme argentee del soffio del drago.
Il sapore del sangue sfumò nelle atroci grida, il fuoco lambiva il corpo del valente Husson, forte fu il suo coraggio, ma nessun uomo era destinato alla vita eterna.

Commenti

Post popolari in questo blog

È vero, i mesi sono passati, non so quanti...non voglio sapere quanti, non voglio contarli, perchè non sarebbe utile, anche se so già quanti sono cerco di dimenticarli. Se sono qui a scrivere vuol dire che non me la sto passando troppo bene, che tutto quello che ho fatto adesso è servito solo a distrarmi, non ad affrontare il tumulto che ho dentro. Penso ancora, non mi fermo mai di pensare. Vedo ancora, ogni persona cambia sotto il potere dei miei sentimenti. Va meglio? Va peggio? Non lo so, non credo di essere ancora in grado di capirlo. Ci vorrà del tempo, non so quanto, le cose cambieranno, perchè tutto cambia, quindi andrò avanti. E di nuovo me lo ripeto, quanto non ci credo, veramente tanto. Ora avrei solo un egoistico desiderio.

Scrittori

Scrittori, li riconosci subito. Come colti da una folgorazione prendono il primo pezzo di carta, trovano una penna (accidenti sta finendo l’inchiostro), scelgono la posizione più comoda e buttano giù righe su righe. Che sia un taccuino rosso, un pezzo di carta marrone scuro, un tovagliolo, non importa, tutto fa comodo per trascrivere i pensieri. Frenetici corrono sulla carta, rincorsi dalla mano che li verga di nero, blu, verde. Scorrono gli occhi sul piccolo mondo che si crea, duro è il segno che cancella le parole inadatte. Lungo è il silenzio alla ricerca della parola giusta. Ed ecco che si gira la pagina, un nuovo bianco da sconfiggere, un campo da seminare.. A troppo grosse, Z storte, tozze D e T, schieramenti di F, B e C compaiono, ordinate e disordinate sulla carta porosa. È preso dalla febbre, lo vedresti chino su quel foglio per tutto il giorno, isolato dal mondo e per questo ancora più vicino a ciò che lo circonda. La pagina volge al termine, il taccuino si...

Fossi un albero

Uno strumento può avere una personalità? Può essere visto come un essere vivente? In mano a questi stregoni gli oggetti inanimati prendono vita. Ballano sulle loro dita, nei loro respiri e sorrisi. C'è chi si arrabbia e chi lo calma, quelli che parlano in coro e chi strilla da solo. Una riunione di famiglia? La più felice che possa esistere. Fossi un albero desidererei essere il legno nelle loro mani. Rianimato per l'eternità. Immortale nella leggenda. EIRE! 2014