Passa ai contenuti principali

Conner e i dadi



Conner e i dadi

« Guardi la mano e non la carta, guardi la mano e non la carta. » ripeteva quel ragazzino all'angolo tra la Via dei Sarti e il Corso dei Pesci.
Si era fermato un gruppo di persone davanti a quella bancarella, scaricatori di porto, prostitute, garzoni di bottega, giovani sfaccendati, ma anche dame vestite di satin e sete che cercavano divertimento lontano dall'ozio della corte.
I suoni di quei borghi lo deliziavano, gli ricordavano la sua infanzia, quando era ancora un giovane studente, ma non poteva soffermarsi ad ascoltare le loro conversazioni, fece cenno al cocchiere di andare avanti e col calesse entrò nella Via della Carta.
Il cavallo si muoveva lento per quella stretta strada, il vento freddo sferzava l'animale, non c'erano colori variopinti, stendardi, bandiere per quella via grigia. Era come se tutta la gioia fosse svanita da quegli edifici, come se la tristezza, la desolazione dominassero quell'aria.
« Maestro siamo arrivati. » annunciò il cocchiere fermandosi davanti ad un immenso edificio con uno stemma, un serpente avvolto su una lancia, sopra al portone di ferro.
« Richard, finirò in un paio d'ore. Fatti un giro nel frattempo. »
« Sì Maestro, ma non c'era bisogno di ricordarmelo. »

« Quindi pensa sia questa la carta giusta, dama? »
La giovane vestita di verde e oro sorrise e annuì col capo, il ragazzo la guardò coi suoi occhi argentati e con un gesto teatrale mostrò la carta, un tre di quadri.
« Ahimè mia dolce signora, la carta non è quella giusta, ma aspetti! » esclamò stupefatto. « C'è qualcosa che si muove, qualcosa... » e dalla manica sinistra uscì una splendida colomba che svolazzò per tutta la bancarella suscitando lo stupore e l'ilarità del pubblico.
« Spero che questo dono le sia piaciuto mia signora. »
« Sfrontato come sempre Conner, ma mi piace e tu lo sai. » rispose la dama con sorriso e mezza moneta d'argento.
Conner sorrise a sua volta e anche quella sera avrebbe mangiato a sazietà e dormito sotto un tetto, tutto ciò lo doveva solo alla sua sfacciata fortuna che lo accompagna sin da quando aveva ricordo.
Tutti a CastelBurrasca lo conoscevano, ma pochi sapevano di come la sorte gli fosse amica ogni giorno, gli altri mendicanti, bari e imbroglioni finivamo col fare a botte nei locali, litigare con la gente o trovarsi la gola tagliata in un vicolo, ma non lui, lui era baciato dalla nascita.
Forse che i suoi trucchi, pur quanto semplici, affascinavano il pubblico o forse era il suo volto da ragazzino e quei suoi capelli color rame e gli occhi argentati che attiravano l'attenzione delle splendide dame, ma a lui non importava; sino a quando gli portava cibo e un tetto sotto la testa gli andava bene, quella giornata poi era cominciata nei migliore dei modi: mezza moneta d'argento alla seconda ora dopo il mezzogiorno, sarebbe stato il giorno migliore di tutta la sua vita.
Conner era lì che si divertiva, tentava qualche passante, guadagnò alcune monete di rame, si sarebbe preso una pagnotta durante la pausa, ma non doveva allontanarsi troppo, l'angolo che si era scelto era uno dei migliori del borgo.
« Nessuno che voglia sfidare la sorte, non chiedo nulla, solo il vostro coraggio. » urlava gioioso il ragazzo, i suoi occhi argentati scrutavano la gente in cerca di pubblico, poi lo trovò.
Aveva più o meno ventitré inverni, vestiva con abiti scuri, indossava un capello eccentrico, sembrava avesse una scodella in testa, era un individuo buffo e certamente non riusciva a nasconderlo, per questo attirò l'attenzione di Conner.
« Vedo che ci sono stranieri oggi a CastelBurrasca, perché non vogliono venir a provare le carte di Conner? »
L'uomo alto si voltò verso la voce di quel ragazzino, i suoi occhi erano di un argento scuro, simili a quelli di Conner, ma profondamente diversi e fu questo che lo spinse alla sua bancarella.
« Parlava con me ragazzino? » chiese lo straniero con uno strano accento che rendeva musicali le sue parole.
Conner gli piantò gli occhi addosso, non se lo sarebbe lasciato sfuggire.
« Sì, proprio con lei. Vedo che è straniero e che cerca divertimento. »
« Si vede così tanto che non sono del luogo? »
Il ragazzo annuì e sorrise gentile.
« Vuole giocare a carte? »
Lo straniero appoggiò i libri e le sporte che aveva con sé, Richard aveva ancora molto tempo e si poteva concedere un po' di divertimento.
« Va bene ragazzino. »
Preso. pensò Conner, tirò fuori il suo mazzo di carte e le mostrò allo straniero. « Scelga. »
L'uomo scelse e prese la sua carta, Conner la guardò a sua volta e la mescolò insieme ad altre cinque scelte a caso dal mazzo.
« Signore, guardi la mano e non la carta, guardi la mano e… » cominciò il ragazzo, ma le parole dello straniero lo fermarono bruscamente.
« Fammi un favore, evita questi giochetti con me: non funzionano. »
Conner sorrise forzatamente, quel tizio gli stava rovinando la giornata, sembrava così sicuro di sé, così arrogante, per un attimo gli balenò l'idea di imbrogliarlo, ma questo avrebbe rovinato la sua reputazione. Le mani del ragazzo si mossero velocemente, nemmeno l'occhio più attento sarebbe riuscito a trovare quella carta, nessuno poteva indovinare, nessuno a parte Richard.
« Ed ora mi dica dove qual è la sua? » chiese arrogante Conner dopo aver appoggiato le sei carte sulla bancarella.
Lo straniero sorrise, troppo facile.
« Quella centrale. »
Conner la girò e sorrise di rimando.
« È un vero peccato che sia una regina di cuori. »
Stupore, sconcerto, meraviglia, furono tante le emozioni che passarono sul volto dello straniero, come un attore che cambiava maschera dopo ogni atto e quello finale fu la paura, paura che Conner lesse nei suoi occhi.
« Tu... tu... » cominciò ad urlare, attirando l'attenzione dei passanti. « Non può essere... non è possibile... tu non dovresti... dovresti essere.... »
Conner cercò di capire che cosa stesse balbettando, ma le sue parole vennero divorante dal vociare spaventato della gente, che cominciò a guardarlo con sospetto e astio, per la prima volta videro i suoi occhi argentati e i suoi capelli ramati e lo chiamarono demonio.
L'aria si scaldò, lo si sentiva, quello straniero lo aveva messo nei guai, doveva muoversi prima dell'arrivo delle guardie o peggio. Conner raccolse le sue cose, non doveva dare nell'occhio, gli era capitato solo una volta una situazione del genere e ancora si ricordava gli effetti della fretta.
Fu lento e discreto, ma qualcuno lo notò comunque, qualcuno che come lui viveva degli spiccioli della gente.
Un vecchio cencioso gli si avvicinò, aveva la pelle piagata dalla lebbra, capelli sporchi e denti marci, il suo alito puzzava di ratto di fogna.
« Conner vedo che ti piace spaventare gli stranieri. »
« Stammi alla larga Fogna! »
« Che succede ragazzino, hai paura di me? »
« Ti chiedo solo di lasciarmi stare, oggi non è giornata! » ringhiò il giovane.
« Come non è giornata, hai fatto dieci monete d'argento in monete di rame, che cosa puoi chiedere di più? »
Conner gli diede le spalle ed entrò nel vicolo che conduceva a Sibilla, la locanda che gli avrebbe offerto cibo e riparo.
« Ultima cosa ragazzo. » disse Fogna e Conner si voltò.
« Sì? » domandò prima di svenire.
« Non chiamarmi più Fogna » gli sibilò il vecchio nelle orecchie mentre gli rubava i soldi e sghignazzava ai suoi compagni.

« Ragazzo tutto a posto? » chiese un vecchio.
« Mi hanno derubato.... »
« Così è la vita, a volte dona a volte prende. »
Il vecchio aveva la stessa voce dello straniero, portava un lungo mantello di lana, una catena fatta di vari metalli, oro, argento, rame, platino, electrum, ma anche legno, cotone, spiga di grano, come se ogni anello fosse un'arte e lui il maestro.
« Già, ma penso che ha lei questo non sia mai accaduto. » rispose velenoso il ragazzo, rialzandosi da terra.
« Potresti avere ragione, ma non è per questo che sono venuto oggi da te. »
« Che cosa vuoi, derubarmi delle mie carte? » chiese Conner stringendo a sé il suo mazzo.
Il vecchio si mise a ridere.
« Derubarti? Tutt'altro voglio vedere le tue qualità. »
« Per oggi ho chiuso! » replicò il ragazzo furibondo, ancora non gli andava giù di essere stato fregato da Fogna e i suoi amici.
« Davvero? Che ne dici di riaprire per sette monete d'oro? »
« Sette monete hai detto? Cosa stiamo aspettando. »
Conner si rialzò, tirò fuori le sue carte e le mostrò al vecchio, l'uomo sorrise e scelse.
Asso di picche pensò Conner.
« Allora signore, guardi la mano e non la carta, guardi la mano e non la carta. »
Conner mescolò le carte, doveva rifarsi della sfortuna, doveva dimostrare di essere audace e coraggioso, anche se sentiva che quel vecchio era della stessa pasta dell'uomo di qualche ora prima.
« Ed ora mi dica qual è la sua carta! »
« Questa. » disse il vecchio con la stessa certezza dello straniero.
Conner la girò, per un attimo pensò di aver sbagliato, di non essere più quello di prima, ma quell'istante di timore svanì nel vedere un asso di cuori.
« Signore, vorrei le mie sette monete d'oro. » disse Conner con un sorriso vittorioso.
Il vecchio corrugò la fronte, non capiva che cosa fosse successo, lì ci doveva essere l'asso di picche, lo aveva visto, come poteva essere stato ingannato da un ragazzo di strada, lui che possedeva tutto quel potere e quella conoscenza.
« Un patto è un patto e avrai la tua ricompensa. » disse il vecchio mettendo un sacchetto sopra la bancarella. « Goditi le tue fortune. » e scomparve nel nulla, come se non fosse mai esistito.
Conner aprì con calma la scarsella, infilò la mano e cercò le sue sette monete d'oro, ma tra le dita si trovò solo due dadi.
La gente si scansava da quel ragazzo che non faceva altro che sbraitare, inveiva contro uno straniero con una strana catena, diceva che lo avrebbe trovato e gliela avrebbe fatta pagare.
« Due stupidi dadi!!! » gridò Conner al tavolo della Sibilla.
« Calmo Conner, ti è andata male oggi, ma non devi farne una tragedia. » lo calmò una giovane cameriera.
« Scusa Erin è che non mi è mai successo... »
« Sorridi, almeno non ti hanno preso anche le carte. »
Che consolazione pensò il ragazzo guardando i due dadi.
Due comunissimi dadi fatti di legno nero con punti bianchi usurati dal tempo e gli angoli smussati dall'uso, due dadi che non le valevano sette monete d'oro. Li guardò, li rigirò infinite volte tra le sue dita e alla fine frustrato li lanciò: quattro.
« Erin un boccale di birra. »
« Conner non dovresti bere alla tua età, sei ancora un ragazzino. »
« Suvvia Erin, per questa sera chiudi un occhio. »
La cameriera lanciò un sorriso al ragazzo e scappò a prendere la sua birra, tornò in un istante con boccale stracolmo e un piatto di zuppa di ceci bollente, lasciò tutto sul tavolo e corse verso un altro cliente.
Conner alzò il boccale per bere alle sue disgrazie, ma il manico gli rimase in mano.
Possibile tanta sfortuna pensò.
Prese il boccale con tutte e due le mani e questo gli si spezzò, bagnandolo completamente di birra scura.
« Merda! » gridò furioso Conner, sbattendo il pugno vuoto contro il tavolo e pochi istanti dopo le quattro gambe si ruppero, facendo crollare la tavola a terra.
Conner spostò la sedia per allontanarsi, ma questa gli si aprì sotto di lui facendolo cadere a terra come un salame e nel mentre gli avventori già ubriachi ridevano delle sue disgrazie.
Aprì la porta della Sibilla e la maniglia gli rimase in mano, qualsiasi cosa toccasse si rompeva, come se fosse perseguitato dalla sfortuna o da una maledizione.
Corse spaventato per tutto CastelBurrasca, cercando di evitare contatti con oggetti e persone, accede però che un gatto gli si strofinasse sulla gamba, pochi secondi dopo l'animale miagolava di dolore, come se si fosse rotto le ossa. I suoi pensieri correvano rapidi, che cosa gli stava accadendo, perché quella maledizione, chi gliela aveva lanciata, quando e come, poi tutto gli fu chiaro.
Aprì il sacchetto e li cercò, ma parevano essere scomparsi, forse li aveva lasciati sul tavolo della Sibilla, fece per tornare indietro, poi sentì qualcosa nella tasca destra, ci mise la mano e li tirò fuori.
« Voi, maledetti! » urlò « Che cosa mi avete fatto!? » ma i dadi non risposero.
Conner sospirò disperato, doveva trovare un posto dove dormire, ormai era troppo tardi per girare. Si guardò un po' attorno e alla fine scelse il vicolo meno sporco, con un po' di rifiuti si fece il suo giaciglio e dormì sino al giorno dopo.
Fu un cane a svegliarlo, l'animale gli stava leccando vivacemente il volto e con sua grande meraviglia non si era rotto niente. Conner abbracciò il cane felice, forse quella di ieri era stata solo una giornata molto sfortunata, doveva solo dimenticarla e andare avanti.
Fece una corsa e andò di nuovo alla Sibilla, non voleva far preoccupare troppo Erin, ma prima doveva liberarsi di quei dadi, li prese e determinato li lanciò lontano, in mezzo alla strada: otto.
Quel giorno fu uno dei più fortunati di tutta la sua vita, una giovane lady entusiasta del suo spettacolo lo aveva ricompensato con ben dieci monete d'oro, aveva aiutato Jak il Marinaio a portare a termine una faccenda e l'uomo gli aveva regalato una mappa del tesoro, Erin lo trattò in modo diverso e quella sera riuscì a rubarle persino un bacio.
Conner si svegliò nella sua stanza alla Sibilla e la prima cosa che vide furono quei due dadi, sconcertato cadde dal letto, si rialzò in fretta e senza pensarci li prese e con rabbia li lanciò fuori dalla finestra, non voleva più vederli: cinque.
Quel giorno sembrava che tutta la città fosse sul piede di guerra, si guardavano tutti in cagnesco e si rispondevano con maleparole, Erin piantò uno schiaffo sul volto di Conner per quello che aveva fatto la sera precedente, il ragazzo andò a dormire e si svegliò triste.
Erano ancora lì, come se nessuno li avesse mai toccati, questa volta Conner li prese e li lanciò con calma, a mente vuota, sul pavimento della sua stanza: quattro.
Chiedi pure. sussurrò una voce nella testa del ragazzo.
Cosa? Chi parla?
Chiedi pure, hai tirato ed ora chiedi ciò che vuoi.
Cosa voglio io? Beh, vorrei che Erin mi amasse.
Sarà fatto.
E quel giorno il desiderio di Conner fu esaudito, Erin lo amò con l'anima per tutta la giornata e la notte anche col corpo.
La mattina seguente Conner uscì silenzioso dalle lenzuola della ragazza, entrò nella sua camera, cercò i suoi dadi e quando li tirò.
Voglio essere il Lord di CastelBurrasca. Undici.
Così fu e dalla porta della sua stanza entrarono tre individui vestiti di nero con spade corte alle mani, al collo c'era una luna rossa, il simbolo delle Ombre.
« Giovane Lord finalmente l'abbiamo trovata. » disse uno dei tre facendo brillare l'acciaio della sua arma.
Conner si mosse rapido, saltò giù dalla finestra e corse a perdifiato lontano da CastelBurrasca, sentiva di aver le Ombre alle costole, quelli erano assassini spietati che non si sarebbero fermati per nulla al mondo, che idea stupida aveva avuto, chiedere di essere Lord CastelBurrasca, ma a che cosa stava pensando!?
Per tutta la giornata fu in fuga, non si fermò né per mangiare né per dormire.
Al sorgere dell'alba si fermò, non ce la faceva più era sfinito. Cadde prono al suolo e nella sua mano destra chiusa a pugno sentì qualcosa, erano due, erano i suoi dadi.
« Perché ancora voi? » sospirò distrutto e con disperazione li scagliò nel profondo della foresta: otto.
Il tuono rombò e il cielo si oscurò all'improvviso, la pioggia cominciò a cadere pesante, Conner si andò riparare sotto un albero che fu colpito da un fulmine. Il ragazzo dovette correre più veloce del vento per non rischiare di morire, cercò un rifugio in una grotta, ma scoprì a sua spese che era la tana di un'orsa coi suoi piccoli. Qualsiasi scelta prendesse si rivelava sbagliata, come se non avesse mai raggiunto il fondo della disperazione, nemmeno quando inciampò in una radice e cadde in una vecchia tana di tassi piena di pulci, tana che divenne il suo letto per quella notte impossibile.
E come in ogni suo risveglio loro erano lì, che lo fissavano, che ridevano di lui nel loro muto silenzio.
« Adesso basta, non ne posso più di voi! Tornate dal vostro padrone!! » urlò e con tutta la forza che aveva li fece volare il più lontano possibile: dieci.
« Ragazzo hai bisogno di aiuto? » chiese un vecchio con uno strano accento.
Conner alzò lo sguardo sull'uomo, aveva gli occhi argentati come i suoi e portava una strana catena al collo.
« Tu!? » gridò il ragazzo. « Tu!! »
« Sì sono proprio io. Spero ti sia divertito coi miei dadi? » chiese il vecchio con un sorriso beffardo.
« Maledetto figlio.... »
« Calmo Conner, stai calmo. Sarai felice di saper di aver superato la prova: ora puoi diventare un mago. »
Conner non capiva cosa stesse accadendo, fermo sulla strada fissava stranito il vecchio.
« Che cosa aspetti? Seguimi. » lo incitò il vecchio scomparendo nella nebbia.


Commenti

Unknown ha detto…
Questo è il meglio! Quasi quasi lo pubblicizzo!
Anonimo ha detto…
Mi fa piacere che ti sia piaciuto.
Se vuoi pubblicizzalo che mi rendi solo contento!

Post popolari in questo blog

È vero, i mesi sono passati, non so quanti...non voglio sapere quanti, non voglio contarli, perchè non sarebbe utile, anche se so già quanti sono cerco di dimenticarli. Se sono qui a scrivere vuol dire che non me la sto passando troppo bene, che tutto quello che ho fatto adesso è servito solo a distrarmi, non ad affrontare il tumulto che ho dentro. Penso ancora, non mi fermo mai di pensare. Vedo ancora, ogni persona cambia sotto il potere dei miei sentimenti. Va meglio? Va peggio? Non lo so, non credo di essere ancora in grado di capirlo. Ci vorrà del tempo, non so quanto, le cose cambieranno, perchè tutto cambia, quindi andrò avanti. E di nuovo me lo ripeto, quanto non ci credo, veramente tanto. Ora avrei solo un egoistico desiderio.

Scrittori

Scrittori, li riconosci subito. Come colti da una folgorazione prendono il primo pezzo di carta, trovano una penna (accidenti sta finendo l’inchiostro), scelgono la posizione più comoda e buttano giù righe su righe. Che sia un taccuino rosso, un pezzo di carta marrone scuro, un tovagliolo, non importa, tutto fa comodo per trascrivere i pensieri. Frenetici corrono sulla carta, rincorsi dalla mano che li verga di nero, blu, verde. Scorrono gli occhi sul piccolo mondo che si crea, duro è il segno che cancella le parole inadatte. Lungo è il silenzio alla ricerca della parola giusta. Ed ecco che si gira la pagina, un nuovo bianco da sconfiggere, un campo da seminare.. A troppo grosse, Z storte, tozze D e T, schieramenti di F, B e C compaiono, ordinate e disordinate sulla carta porosa. È preso dalla febbre, lo vedresti chino su quel foglio per tutto il giorno, isolato dal mondo e per questo ancora più vicino a ciò che lo circonda. La pagina volge al termine, il taccuino si...

Fossi un albero

Uno strumento può avere una personalità? Può essere visto come un essere vivente? In mano a questi stregoni gli oggetti inanimati prendono vita. Ballano sulle loro dita, nei loro respiri e sorrisi. C'è chi si arrabbia e chi lo calma, quelli che parlano in coro e chi strilla da solo. Una riunione di famiglia? La più felice che possa esistere. Fossi un albero desidererei essere il legno nelle loro mani. Rianimato per l'eternità. Immortale nella leggenda. EIRE! 2014