Prima di lasciarvi a questo racconto vorrei dire giusto qualche parola.
Era da molto che non scrivevo e quando ho cominciato a buttare giù L'orologio, non ho pensato ad una storia che dovesse avere per forza un senso.
Quando l'ho scritto, l'ho fatto solo per divertivi.
Tutto questo per dirvi che L'orologio sulla quindicesima ora l'ho scritto per me e nessun'altro.
L’orologio
sulla quindicesima ora
Da dove cominciare? Dall’inizio consigliano i miei
psicologi e poi si stupiscono di quanti ne abbia cambiati nelle ultime due
settimane.
Dalla fine per poi tornare indietro con una serie infinita
di flashback? Già visto!
Sarebbe come quel film dove il protagonista si dimentica
tutto, lo guardi al contrario ed è una normalissima storia.
Però da qualche parte si deve pur cominciare, penso che un
punto valga quanto un altro, considerando quello che mi è successo.
Partiamo dalla 12esima ora e mezzo, quella dopo l’11esima e
prima della 13esima, avete capito?
Non pensate sia un medias res, o almeno non è uno dei più
classici. Non comincerò la storia durante una rocambolesca corsa
automobilistica o nel bel mezzo di una caduta mortale, non è questo quello che
voglio raccontare, o almeno non sarebbe l’ora giusta per raccontarlo.
Semplicemente gli eventi dell’11esima ora si sono conclusi,
nel bene e nel male, e stanno per cominciare quelli della 12esima e mezzo.
Su dai, un po’ come quei vecchi che raccontano le loro
storie di guerra partendo dal nulla e proseguendo sul nulla più totale, con
digressioni che spaziano nel nulla montante.
Dicevo, prima di perdere il filo, gli eventi della 12esima
ora e mezzo…ma perché proprio loro? Ah! Ormai è troppo tardi per tirarsi
indietro, ve li ho promessi e ora ve li racconto.
L’orologio triangolare a quattro lancette stava lasciando
svogliato le 12:29 per raggiungere con sempre meno desiderio le 12:30.
Fermi tutti! Forse mi meritate un attimo una spiegazione su
questo orologio triangolare a quattro lancette.
Non pensatelo come uno di quegli orologi da ricconi super
modificati solo per il gusto di avere un prodotto nuovo al polso, non provate
nemmeno ad immaginarvelo così, sbagliereste su tutti i fronti.
L’aggeggio in questione è proprio un orologio triangolare,
con le ore che partono da 15, passano per le 2 e mezza, arrivano alle 5,
corrono alle 7 e mezza, si arrampicano fino alle 10 per poi lasciarsi cadere e
atterrare comodamente alle 12 e mezza e alla fine ritornare alle 15.
In tutto questo ci sono quattro lancette, una più inutile
dell’altra. Le prime due sembrano essere quelle di un normale Rolex da 500.000 €, tutte d’oro,
rifinite e decorate con simboli cinese o forse arabi. Una segna le ore, l’altra
i tra-minuti, esatto, lo spazio tra
una tacca dei minuti e l’altra.
Se si fossero fermati a due lancette, lo avrei considerato
un bizzarro orologio, ma hanno voluto metterne altre due e una di queste è
rotta. Non nel senso che sta ferma, quella è l’altra lancetta, rotta nel senso
che è spezzata a metà, ma continua a girare indicando solo quello che vuole
lei.
Poi come ho detto c’è la lancetta ferma, che sembra non
funzionare, ma funziona anche fin troppo bene. La vedi che se ne sta fissa a
non fare nulla, ti guarda annoiata e a volte fa le boccacce, che roba!
Tutta questa parentesi solo per spiegarvi com’è fatto
questo maledetto orologio triangolare e fidatevi, non volete sapere come ne sia
entrato in possesso. Se volete saperlo, chiedetelo al mio primo psicanalista,
ora dovrebbe essere a casa con una buona dose di psicofarmaci nel taschino.
Ma si diceva! La lancetta dei tra-minuti raggiunse svogliatamente le 12:30, si era divertita così
tanto alle 12:15 che non aveva voglia di andarsene e per questo aveva fatto
ritardo di venti minuti.
Dopo aver tergiversato, posso cominciare; le 12:30.
Nello stanzino che era il mio ufficio, posto al 13esimo
piano di un grattacielo che i piani li contava a multipli di venti, era appena
finito il finimondo.
La porta era ancora fresca di rosso, i mobili grondavano e
il pavimento era letteralmente un lago scarlatto, ma avevo fatto solo il mio
dovere di onesto cittadino. L’opinione pubblica avrebbe compreso, doveva
comprendere, altrimenti come sarei riuscito a convincere i signori della
giuria.
Mi rimisi il barattolo di vernice in testa, sperando di
potermi nascondere dal casino che avevo combinato, fortunatamente era tutto
finito.
Con uno sbadiglio l’orologio al mio polso annunciò
l’imminente arrivo delle 12:30.
«Mancano dieci secondi, nove, otto, sette, sei…»
Immaginatevi il conto alla rovescia per l’inizio del nuovo
anno o è per la fine del vecchio? Non l’ho mai capito.
Immaginatevelo e toglieteci dieci toni di felicità,
conditeli con una salsa dal sapore di noia pomeridiana…fatto? Ecco questa era
la voce del mio orologio.
«12:30»
Santo cielo, ho sentito più gioia in un uomo che deve
andare ad incontrare gli odiati suoceri.
Da parte mia ero contento che il maledetto orologio fosse
annoiato, forse questa volta non avrei dovuto scappare da un coccodrillo
meccanico nel mezzo del vuoto siderale.
Sono questi i momenti in cui ti dimentichi di aver comprato
una patacca a 2 € da un ambulante portoricano con vicine discendenze tedesche,
lontane parentele irlandesi, un quarto bulgaro, due terzi armeno e con due
gocce honduregne per rendere il tutto più esotico.
Alle 12:30:01 bussarono alla porta, non feci nemmeno in
tempo a togliermi dalla testa il barattolo di vernice targato Flexible, che il mio capo fece
irruzione.
« Riddle! Ancora lì seduto a non fare nulla? »
Non so se conoscete il fumetto dove c’è uno che fa le foto
ad un supereroe e ha un capo che gli urla:
«Portami le foto di…! Dove sono le foto di…!? Perché non ho
le foto di…???»
Ecco questo il genere di boss che ho io, una vera testa
calda con una splendida pelata che fa brillare anche le notti più buie.
Questa volta urlava insulti da dietro lo schermo del suo
nuovo tablet UltraHD 18K Hyperslim VegaCore con la scheda video super mega
video alta risoluzione del domani.
«Vedi di dare una ripulita al tuo ufficio! Non ti pago per
fare disastri!» mi ringhiò contro come un rabbioso rottweiler.
«Boss! Veramente posso spiegarle tutto.» balbettai senza
ottenere alcun risultato.
«Spiegare? E come mi spieghi questo?» e dal nulla tirò
fuori un foglio in triplice copia in carta bollata. Uno di quelli che devi aspettare
almeno un mese per vedere la segretaria addetta alla sezione Affari Esterni,
proprio quel reparto aperto un giorno alla settimana, preferibilmente l’ottavo.
«Non so nemmeno cosa sia.» protestai inutilmente.
«Il tuo licenziamento!» mi disse e poi scoppiò in una
fragorosa risata, rigorosamente illuminata dallo schermo del tablet millemila
pollici, che rendeva tutto più spettrale.
L’orologio segnava ancora le 12:30:01 quando mi trovai per
strada senza più un lavoro, mi sarei potuto appellare al sindacato, ma poi loro
come avrebbero fatto? Le ultime leggi sul lavoro le avevano cancellate alle
7:37 ora del Pacifico, subito prima della canonica ora del tè.
Adesso immagino vi aspettiate la meccanica descrizione di
tutto quello che mi è successo, dei problemi con la famiglia, il mutuo, le
bollette e tutto il resto?
Visto che già la sapete, posso saltarla e passare a quando
l’ora sul quadrante rimase fissa alle 12:30:01.
Dopo due giorni nulla era cambiato su quell’aggeggio
infernale ed io cosa avevo? Un non-lavoro, una non-moglie, una non-casa e un
orologio non-funzionante.
Eppure un lato positivo c’era, la quarta lancetta, quella
sempre ferma, aveva preso a girare, al contrario giustamente, ma almeno faceva
qualcosa. Ah! Giusto! L’invasione degli uomini-tablet sembrava essere arrivata
ad un ottimo punto.
Lo so, non sono mai stato bravo ad inventare i nomi per i
mostri o cose del genere, nelle sessioni di Dungeons&Dragons il più
terrificante che avevo creato era talmente complesso che nemmeno io riuscivo a
pronunciarlo.
Ah che ricordi…quanti PG avrò ucciso in quella
sessione?...là sulla Scala dell’Aria…
Ma sto divagando di nuovo. Dicevo: gli uomini-tablet.
L’invasione è cominciata nel 1989, quando la GRiD System ha
fatto uscire sul mercato il GRiD-Pad che ai suoi tempi girava ancora con il
fantastico MS-DOS, da lì l’evoluzione e la conquista del mondo.
Una guerra persa in partenza, per noi si intende, perché la
propaganda dei tablet era accattivante e orecchiabile, come resistere a quei
deliziosi jingle.
Dopo 30.022 anni, secondo il calendario Maya aggiornato
all’ultimo update, i tablet o meglio gli uomini-tablet, hanno sostituito quasi
tutte le persone comuni, come nelle migliori teorie complottistiche.
In quei due giorni, dove erano sempre le 12:30:01, mi capitò
di imbattermi in un uomo-tablet, lo riconobbi subito dall’impeccabile aspetto e
modo di fare.
La faccia incollata allo schermo era illuminata
dall’impersonale luce del tech-device
(come dicono quelli della Silicon Valley), che forniva il giusto apporto emotivo
giornaliero consigliato dai migliori dietologi del sottoscala.
Quando lo vidi, mi fece pietà, era in piena fase critical low battery o come si dice in
strada ce lai da caricare?
Girava su se stesso in preda al panico, una trottola che
non si fermava mai, poi lo sentì, il cinguettio elettronico che annunciava la
fine imminente.
La luce del tech-device
si spense e con orrore vidi il vero volto degli uomini-tablet.
Non assomigliava a nulla di umano, un viso senza faccia,
come quello del tipo vestito elegante con le braccia troppo lunghe, che
prendeva vita solo dalle parole dell’Internet, l’unica mente degli
uomini-tablet.
Meno di un minuto dopo qualcuno lo aveva già caricato ed
eccolo che navigava felice nelle vite non sue, la quintessenza della spensieratezza.
Sarebbero potute essere le 12:30:01 più noiose di sempre se
non fosse entrata nella mia storia la leggendaria figura del Re.
Come sempre, cioè da quando avevo perso il lavoro, quindi
due mesi all’incirca (e sì ancora faceva le 12:30:01), ero solito passare i
miei pomeriggi d’insuccessi, e di curriculum
vitae rifiutati, nella biblioteca della mia città.
Quel giorno provai con un colpo di testa, abbandonai la mia
solita routine di rimanere nel chiostro esterno ad accarezzare gatti talmente
grassi che nemmeno una gru sarebbe riuscita a tirarli su, e decisi di entrare
nella famigerata sala lettura chiamata Acquario.
Non che ci fossero veramente dei pesci, acqua, bollicine o
robe del genere, ma era completamente circondata da vetri e quindi quelli del
comune l’avevano battezzata così.
Però dovevo ammetterlo, da fuori le persone dentro
sembravano dei piccoli pesci tutti indaffarati sulle pagine dei loro libri.
Sulla soglia c’era una citazione ad un libro che non
conosco, di un autore mai stato famoso o minimamente conosciuto e questa
recitava:
“ Egli decide quando sarà fatta luce, egli deciderà le
stagioni e il calore dei raggi del sole. Egli è il Re, signore del regno e
delle nostre vite”
Un buon inizio per un racconto fantasy o qualcosa di quel
genere lì.
Ignorante come una capra varcai l’ingresso e solo in quel
momento mi resi conto della situazione.
Un paio di alabardieri, vestiti peggio dei lanzichenecchi
di Manzoni, fermano, a detta loro, il mio cadenzare bislacco (ho poi scoperto
che parlavano di come camminavo).
«Manca la sua persona dell’omaggio a sua Maestà il Re.»
«Manco di cosa?»
Si raccontava, ai livelli inferiori della biblioteca,
quelli popolati da ometti occhialuti e con pochi capelli sulla testa, ma troppi
sulle mani, che l’Acquario fosse il regno del Re.
Una di quelle storie che passano di nonno in nonno e che si
condiscono di dettagli ad ogni generazione, fino a che non diventano leggende
del passato.
Sul Re si diceva che fosse stato, un tempo, un lettore
assiduo, uno di quelli che non si staccava mai dai libri, nemmeno se fuori ci
fosse stata la terza guerra mondiale in persona.
Aveva scelto il suo posto preferito in tutto l’Acquario, la
giusta illuminazione, il perfetto livello di umidità dell’aria. Non era troppo
lontano dalla porta, ma nemmeno troppo vicino da sentire i passi della gente
fuori.
Il Re, che a quel tempo si faceva chiamare (nome non
pervenuto dagli archivi), era un tipo tranquillo fino a quando non venne il
Ladro (il nome è combattuto, alcune traduzioni lo chiamano il Furbo o lo
Stolto) che decise di togliere al Re (che ancora non si chiamava Re) il suo
posto prediletto.
Le cronache del tempo ci raccontano di uno scontro furioso,
il miete Re sconfisse il Ladro e divenne il Re che ora tutti conosciamo e
temiamo e adoriamo e veneriamo.
Per mia sfortuna, imparai a conoscere il Re nel peggiore
dei modi, per i senza omaggi c’era una dolorosa punizione, che eviterò di
descrivere per il decoro e la decenza.
Fui portato al cospetto dei Duchi del Re, i suoi scagnozzi
e feudatari, che mi fecero assaggiare la giustizia regale, poi mi abbandonarono
nelle segrete dell’Acquario e per settimane patii la fame, fino a quando non
conobbi un gruppo di prodi ribelli che si opponevano al giogo del Re.
Nascosti nel piano superiore, il manipolo di uomini e donne
era composto da cavalieri caduti in disgrazia e damigelle in pericolo ma non
troppo.
Fra tutti si distinsero Sir Richard e Sir Edward, poi c’era
quello che tutti chiamavano l’Indovinello, l’affascinante e incantevole Lady
Alesia, che dell’appetito ne aveva fatto stemma, e l’enigmatica Jorja che della
geometria dei rombi era un asso.
Questi eroi neo-post-moderni mi accolsero al loro desco
(che ho scoperto essere il posto dove mangiavano) e mi resero partecipe del
loro piano per sconfiggere il Re e porre fine alla tirannia.
Il giorno della grande battaglia arrivò, alle 12:30:01 i
ribelli lanciarono il loro attacco alle truppe del Re.
Poi sul più bello, quando la battaglia si faceva veramente
interessante, quando il Re stava per perdere la corona e la gente dell’Acquario
liberata dalla schiavitù. Dopo che la torre di nord-est era stata presa dai
nostri e le truppe proveniente dal mare stavano per cingere d’assedio l’intera
biblioteca, una voce familiare riprese il conto alla rovescia.
«Dieci, nove, otto, sette, sei…» e lo diceva con una tale
gioia da spaventarmi fino al midollo.
La lancetta rotta, quella che stava ferma e che ora girava
al contrario, si fermò, interrompendo quel fastidioso ronzio che faceva ogni
volta che segnava i tra-minuti.
La spezzata tornò indietro di un secondo e le altre due
avanzarono come i pezzi dello scacchi.
13:00:00 segnava adesso il marchingegno del demonio, la
13esima ora, e la faccia sorridente sulla lancetta più lunga continuava a
mettermi inquietudine.
Spostai lo sguardo dal quadrante triangolare, lo si può
chiamare ancora quadrante?, e guardai fisso davanti a me.
«Veramente! Anche questo? E poi cos'altro!?»
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