Capitolo 3
L'incubo fu più dolce,
quasi un sogno.
Alasdair era circondato
da affetto e calore, come se fosse stretto nell'abbraccio di una
splendida famiglia. Ricordava il corpo della meravigliosa bionda e i
suoi dolci baci, in quel momento si sentiva l'uomo più felice e
fortunato di tutto il mondo.
Lei gli aveva ricordato
una promessa, Alasdair aveva annuito, poi si erano addormentati
insieme nel caldo letto.
Per questo il ritorno
alla realtà fu più doloroso.
Aprì gli occhi nella
gelida notte d'inverno, la neve lo ricopriva per metà. Ogni suo
muscolo era congelato, provò ad alzarsi, ma il suo cervello bruciò
dal dolore.
Ricordò la lotta contro
il pipistrello, la sua incredibile forza e l'ossessione per il
rotolo.
Gli aveva affondato il
coltello da caccia nel fianco, un gesto dettato dalla disperazione
più che da un'intuizione geniale. La fortuna lo aveva aiutato, la
bestia era vulnerabile alle armi mortali e conosceva la sofferenza.
Provò ancora ad alzarsi,
sentiva il corpo ribellarsi, ma lo ignorò, se non avesse trovato
riparo al più presto sarebbe morto assiderato.
La nevicata era
cominciata da poco, ma cadeva fitta costringendo Alasdair ad avanzare
con cautela.
Fece un controllo mentale
dei danni, una spalla lussata, almeno una costola incrinata e uno
splendido graffio sul petto che pareva non volersi rimarginare bene.
Il suo adorato arco di
tasso si era spezzato quando il maledetto pipistrello lo aveva
lanciato contro il costone, poche cose mandavano in bestia Alasdair e
questa era una di quelle.
La creatura e il suo
padrone avrebbero pagato per l'affronto, un arco del genere non gli
sarebbe mai venuto di nuovo. Impiegò quattro mesi per costruirlo,
dovette scegliere il miglior legno, lavorarlo secondo gli
insegnamenti di Roa, apportando le giuste modifiche. Era un'arma più
unica che rara ed ora giaceva rotta nel nord del continente.
Fece l'inventario di ciò
che gli rimaneva: razioni per altri quattro giorni, otto frecce e
l'accetta, si consolò sapendo di aver affrontato situazioni peggiori
di quella.
A quattro ore di cammino
c'era un piccolo villaggio di cacciatori, ma era escluso che ci
arrivasse vivo. Pur non sapendo dove andare Alasdair continuava a
camminare, cercava di scacciare il desiderio di dormire, perché in
notti come queste significava morire.
Riportò alla mente gli
insegnamenti di Roa, il vecchio era solito dire di non cacciare mai
con la neve perché era infida, ma se proprio costretti cercare un
riparo prima dell'arrivo della tormenta.
Il
maestro non amava condividere i suoi segreti sulla caccia, per questo
considerava Alasdair e Ryestraw dei ladri, dei piccoli roditori che
rubavano dalla sua dispensa. Non aveva mai nascosto il suo odio verso
gli allievi e non faceva mai mancare loro una buona dose di botte
giornaliera.
Sono proprio allo
stremo se penso a Roa si disse
Alasdair.
Nel suo arrancare cadde
in una buca, per la botta si morse la lingua e il sapore metallico
del sangue gli inondò la bocca. Provò a rialzarsi, ma questa volta
il suo corpo vinse la ribellione e, per quanto si sforzasse, ricadeva
al suolo come un peso morto.
Ebbe un'idea, sapeva di
cani che per sopravvivere alle bufere scavavano fosse nella neve, il
loro corpo rimaneva caldo per tutta la notte e la mattina ne uscivano
sani e salvi. Con le poche forze che gli rimanevano scavò, il gelo
gli aveva intorpidito le mani, a stento sentiva la sua faccia e il
sonno avanzava.
Dopo una trentina di
centimetri le sue unghie raschiarono contro la nuda roccia, così
finì la storia di Alasdair.
« Nora porta dell'altro
brodo caldo. »
La donna corse dalla
cucina al piccolo salotto con in mano una scodella di brodaglia
gialla fumante.
L'uomo la prese con fare
brusco, soffiò un attimo sopra e la versò nella gola del
superstite.
« Bevi tutto, ti
riscalderà. » gli disse aiutandolo ad ingerire.
« Hugo, secondo te ha
qualche speranza? » chiese preoccupata la donna.
L'uomo scosse la testa.
« L'ho trovato più
morto che vivo, anche se dovesse sopravvivere dovremmo tagliarli
alcune dita dei piedi e forse delle mani. Inoltre il freddo gli ha
bruciato un orecchio, se fossi in lui non mi risveglierei. »
La donna nascose le
lacrime nella gonna.
« Nora smettila di
piangere! » sbottò l'uomo. « Non sarà con le lacrime che si
salverà! Prepara altro brodo! »
Vegliarono sul superstite
per altre tre ore, poi Hugo prese un lenzuolo e coprì il corpo.
Nora pianse e suo
fratello la strinse a sé cercando di consolarla.
« Sono arrivato troppo
tardi. Un'ora prima e sarebbe ancora vivo. Scusami. »
La donna continuò a
singhiozzare sino a quando la porta non si aprì di nuovo e un uomo
entrò di corsa portando sulle spalle un altro moribondo.
« Hugo fagli spazio,
questo può ancora farcela! » ordinò Ander.
I due liberarono uno
spazio vicino al camino, in modo che il moribondo fosse al caldo in
ogni momento.
« Nora porta del brodo!
»
« No! » lo contraddì
Ander. « Porta lo scotch. »
L'uomo fu steso su un
tappeto di montone e coperto con una pelliccia d'orso. Ander aveva
cercato di tenerlo al caldo lungo il tragitto. Lo aveva trovato mezzo
morto sotto un sottile strato di neve, vivo solo perché indossava
abiti abbastanza pesanti. Non aveva esitato a caricarlo sulla slitta,
gli aveva dato quel poco liquore rimasto nella fiaschetta e pregato
la Dea che non morisse durante il viaggio.
Le sue preghiere erano
state esaudite e ora lo sconosciuto giaceva nel salotto della
famiglia Donoval.
« Hugo avete trovato il
figlio di Mich? » chiese Ander togliendosi di dosso la neve.
Il fratello abbassò il
capo e indicò il corpo sotto il lenzuolo.
« Che la Dea abbia cura
della sua anima, era un bravo ragazzo. » disse portandosi due dita
al cuore.
Hugo scattò in piedi
afferrandolo per il collo.
« Tu e la tua Dea! Se
fosse davvero misericordiosa lo avrebbe salvato! »
« La Dea ha un pro... »
e un pugno lo fece ammutolire.
« Non è giornata Ander.
Parla ancora della Dea e non mi limiterò ad un pugno. » poi voltò
le spalle al fratello e sparì in cucina.
Nora arrivò pochi
istanti dopo con una bottiglia di vecchio scotch, riempì mezzo
bicchiere e la fece bere all'uomo steso vicino al loro camino.
All'inizio non accadde nulla, poi il moribondo tossì e sembrò
riacquistare conoscenza.
La casa si agitò: Ander
gridava ordini come un sergente, Hugo e Nora scattavano da stanza a
stanza. Fu portato del brodo caldo, poi altro scotch, gli diedero una
coperta pesante, ma soprattutto fecero di tutto per non farlo
riaddormentare.
« Ricordi il tuo nome? »
gli chiese Nora.
L'uomo la guardò dai
suoi occhi amaranto e rantolò una risposta.
« Alasdair. »
« Hai detto un
pipistrello? »
Il cacciatore si grattò
la testa, non era facile spiegare una cosa del genere.
« All'inizio lo era, poi
è diventato più grande, ma soprattutto più intelligente. »
« In che senso più
grande? »
Alasdair cercò di
raccontare gli avvenimenti che lo avevano condotto sino al nord, i
tre fratelli lo ascoltavano assorti, come se fosse un cantastorie di
un antico reame.
« E questo è tutto. »
« Lei deve essere
benedetto dalla Dea. » gli disse Ander.
« Vorrei crederlo signor
Ander, vorrei crederlo. »
Hugo si alzò adirato,
riprese il triste lavoro con Simon. Gli oli per la conservazione del
corpo era tutti sul tavolo, l'uomo miscelò una mistura tramandata
dalla sua famiglia per generazioni e la cosparse minuziosamente sul
ragazzo.
I Donoval erano una
famiglia di medici, la loro storia risaliva a Gregor, nonno dei tre
fratelli, trasferitosi dal sud per aiutare la povera gente del nord.
Suo figlio Tom aveva seguito le orme del padre e così anche i suoi
tre discendenti.
Conosciuti per la loro
bravura, i Donoval erano richiesti in tutti i villaggi, i fratelli
erano persone oneste, che chiedevano come compenso solo qualche
moneta di rame e cibo.
« Mi spiace per il
ragazzo. » disse Alasdair.
Hugo lo guardò con astio
dritto negli occhi.
« È stata la tua Dea ad
ucciderlo. »
Il cacciatore comprendeva
quell'odio, lo aveva visto in molti popolani che perdevano ciò che
gli stava più caro.
« No signor Hugo, non è
stata la Dea: è stato l'inverno. »
« Perdoni mio fratello
signor Alasdair, non ha un buon rapporto col Credo. »
« Nemmeno io. » rispose
secco il cacciatore.
Il silenzio calò per
tutta la notte, i Donoval si concentrarono sull'imbalsamazione del
giovane Simon, Alasdair cercò di organizzare un piano per
rintracciare il pipistrello e capire chi lo avesse inviato a rubare i
rotoli di Hitò.
Quando i tre fratelli si
svegliarono il mattino dopo trovarono un sacchetto pieno di corone
d'oro, ma nessuna traccia del cacciatore.
Se una bestia del genere
era ancora in giro solo una persona avrebbe potuto sapere dove si
nascondesse, ma raggiungere quella donna sarebbe stato altrettanto
pericoloso.
Lea Rean era una potente
strega, un'incantatrice dei vecchi miti, una leggenda vivente. Da
secoli si era trasferita in una remota zona della Foresta delle
Piaghe, viveva in un'imponente villa protetta giorno e notte da un
branco di unicorni. Alasdair aveva avuto il dispiacere di conoscerla
per la prima volta circa dieci anni prima, quando era ancora un
giovane cacciatore che cercava di farsi strada in un mondo difficile.
Non si erano lasciati con le migliori intenzioni, Lea aveva promesso
di ucciderlo al prossimo incontro e Alasdair era stato talmente
arrogante da non prendere sul serio quella minaccia. Qualche mese
dopo la strega aveva inviato uno dei suoi mastini ad aprirgli il
ventre, solo l'intervento di Roa aveva salvato il giovane e questo
rodeva ancora al cacciatore.
Da quell'incidente
Alasdair non aveva quasi più visto Lea, ma sapeva che la strega
poteva essergli utile per la sua caccia, la preda era una bestia
magica e chi meglio di lei poteva rintracciarla.
Il cacciatore era tornato
nel sud per far visita ad un suo contatto che sperava potesse
aiutarlo a scoprire dove la strega si nascondesse, sfortunatamente
l'uomo non sapeva nulla. Alasdair non si fece prendere dallo
sconforto, se non riusciva a trovare Lea sarebbe stata lei a
trovarlo.
Cominciarono a girare
voci che il famoso Alasdair era riuscito a mettere mano su uno dei
pochi cornoceronti, piccole lucciole in grado di condurti nella
leggendaria Panmo, la città di tutte le creature magiche.
Il cacciatore si trovò
presto assediato dal popolino, colleghi e i pericolosi affiliati del
Libro, una setta di assassini. Un giorno alla sua porta bussò
persino Ryestraw, l'amico voleva vedere il cornoceronte e partire
immediatamente verso Panmo, ma Alasdair lo scacciò gentilmente dalla
sua proprietà puntandogli una freccia in testa.
Il tempo passava e Lea
non si faceva vedere, possibile che la strega non fosse caduta nella
trappola? Alasdair sapeva che era tenuta a verificare se avesse
trovato veramente la piccola bestia magica, doveva solo aspettare.
Per ingannare l'attesa cercò i materiali per costruirsi un nuovo
arco, ma in pieno inverno l'impresa risultava ardua. Si dovette
indebitare con molti artigiani per ottenere il legno che voleva,
lavorò per tutta la stagione e a metà della primavera finì l'arma.
Il nuovo arco era composto da nove tipi diversi di legno, seguendo le
tradizioni dei maestri dell'ovest, alto più di due metri, una sfida
per Alasdair che non aveva mai impugnato uno.
Prima dell'inizio
dell'estate il cacciatore aveva imparato ad usarlo, aveva ancora
qualche problema che solo la pratica poteva risolvere. Cominciò a
preparare le provviste e l'equipaggiamento per la spedizione verso
Panmo, aprì la piccola teca dove il cornoceronte riposava, solo per
controllare la sua salute.
La seconda settimana
d'estate Alasdair sistemò l'ultima trappola e partì verso la città
di tutto ciò che è magico. Molti vennero a salutarlo e altrettanti
cercarono di stargli dietro, ma al terzo giorno di viaggio
abbandonarono ogni speranza, il cacciatore era più abile anche del
più promettente giovane.
Ryestraw decise di
rimanere in una delle sue case sulla costa orientale a godersi il
magnifico clima e le meravigliose ragazze. Mentre sorseggiava una
bevanda del luogo ammise a sé stesso che nemmeno lui sarebbe stato
in grado di seguire Alasdair, l'amico poteva letteralmente sparire
senza lasciare traccia alcuna.
Tutti avevano rinunciato
al cacciatore, ma l'uomo sapeva di non essere solo nel viaggio. Ogni
istante sentiva gli occhi di qualcosa puntati contro e non erano
quelli dei predatori.
In una giornata
particolarmente calda la strega apparve.
Alasdair era disteso
all'ombra di un olmo, cercando di scappare dalla morsa del sole, una
leggera brezza proveniente da est portava l'odore del sale. L'uomo si
chiedeva cosa avrebbe trovato Panmo, si diceva che la città fosse
piena d'oro, ma non gli interessava quel tipo di ricchezza. E nel
riflettere del più e del meno Lea apparve improvvisamente davanti ai
suoi occhi.
La strega, nonostante i
millenni di vita, era una donna bellissima dai lunghi capelli rossi e
occhi color ghiaccio. Le delicate lentiggini le conferivano un
aspetto benevolo e gentile, un cappuccio color sabbia incorniciava il
suo splendido volto.
« Cos'è questa storia
Alasdair? » domandò secca Lea.
« Non pensi che io sia
in grado di trovare un cornoceronte? »
La strega lo guardò
storto.
« So che ne sei capace,
ma non te ne faresti nulla. Non sei quel genere di uomo. »
« Potrebbe non essere
per me... »
« Basta coi giochetti! »
la voce della strega era forte come il mare in burrasca. « Dimmi
cosa vuoi? »
Il cacciatore si alzò,
schiarì la voce e cominciò a raccontare la sua ultima caccia, le
disse anche dei suoi incubi, sperando fossero legati al pipistrello.
« Ti sei scomodato così
tanto per un semplice diavolo. Mettiti il cuore in pace Alasdair, al
mondo esiste qualcosa che non potrai mai cacciare. »
« Non prenderti gioco di
me strega! Deve esserci un modo per sconfiggerlo. »
Lea lo guardò come un
genitore fa col figlio insistente.
« È stato creato
apposta per te. Ogni tua caccia è nella sua testa, ogni tuo successo
e fallimento. Chiunque lo abbia invocato deve veramente odiarti.
L'unico modo per uccidere un diavolo e uccidere chi lo ha convocato,
ma devi possedere dei grandi poteri per poter tenere una di quelle
bestie sotto il tuo controllo. »
« E gli incubi? »
chiese speranzoso.
Per la prima volta Lea
poté sentire la paura nella voce del cacciatore, quei sogni lo
stavano lentamente consumando.
« Mi spiace Alasdair,
non conosco alcuna magia del genere. »
Fu solo per un istante,
ma la strega riuscì comunque a scorgere il suo volto distrutto.
« Adesso che farai
cacciatore? »
Alasdair le rispose con
un sorriso determinato.
« Andrò da chi mi odia
con tutto il suo cuore. » e come una creatura della foresta sparì
nella boscaglia.
La strega raccolse una
piccola teca in vetro scura, la sentì muoversi nelle sue mani e
incuriosita l'aprì: un piccole cornoceronte volò verso la libertà.
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