I Nomadi
Vento caldo che
trasportava fine sabbia, frammenti di vetro, cristalli di quarzo.
Vento caldo che batteva quella regione da ormai due settimane. Vento
caldo che seccava la vita, spaccava la terra, inaridiva fiumi e corsi
d'acqua, un vento caldo mai visto prima d'ora in quelle contrade.
Un tempo, circa un ciclo
di luna prima, l'occhio avrebbe visto una magnifica valle, un
possente e fiero fiume scorrere in essa, chiare e fresche sarebbero
state le sue dolci acque. In esse si sarebbero specchiati l'erba
verde come lo smeraldo più prezioso e lo splendido cielo zaffiro,
dove soffici nubi pascolavano serene.
Ryestraw si ricordava
quella terra, vi era passato circa un anno prima, il profumo della
menta selvatica, il calore tenero del sole, dolci sensazioni ora
sepolte sotto metri di sabbia e morte.
« La prego Nomade
Ryestraw, fermi tutto questo! » gli gridò disperato Nicholas
Mooste.
Il capo di quel villaggio
stava fissando con terrore e agonia la sua terra che velocemente
veniva inghiottita da quella che sembrava essere la tempesta
perfetta, niente veniva risparmiato. I primi a morire furono i
bambini che dalla sabbia furono soffocati, poi toccò alle madri che
urlavano e si strappavano i capelli per il dolore, caddero gli
animali e l'acqua divenne veleno, i pochi superstiti scapparono
veloci dalle loro case solo per trovarsi di fronte un nemico ancora
più pericoloso della sabbia stessa, il vento caldo e rovente che
bruciava ogni cosa, alberi, terra e carne.
Di duecento soltanto
trentasei riuscirono a fuggire e solo quindici di questi non morirono
durante la notte, tra quei quindici c'era il nuovo capo villaggio
Nicholas Mooste, un giovane di appena sedici anni, scelto perché più
forte e sano di tutto il resto dei sopravvissuti.
« La prego Nomade
Ryestraw la fermi! »
Gli occhi color mogano
del Nomade guardarono tristi l'uomo, la sorte di quel villaggio era
già stata segnata, molti altri erano caduti in quello stesso modo,
molti altri erano stati distrutti da lui.
Ryestraw posò lo sguardo
sull'orizzonte, la tempesta era magnificamente crudele, le nubi di
sabbia erano rosse come il sangue appena sparso, gonfie e cariche di
odio, decise a sterminare tutto quello che avrebbero incontrato.
« Lo sa Mooste che dopo
sarete maledetti ovunque andrete, sa che sarebbe meglio morire oggi
che scegliere questa strada? È consapevole dei rischi che la sua
gente sta per correre? »
« Certo che lo so! So
che cosa accade a chi chiede aiuto ai Nomadi, ma non abbiamo tempo
per questo. Guardi sta distruggendo la nostra splendida terra, per
favore ci aiuti. »
Ryestraw sapeva che era
sbagliato, quelle persone lo avevano chiamato in preda alla
disperazione, ma non poteva rifiutare di aiutarli, era diventato
Nomade anche per quel motivo.
L'uomo raccolse il suo
bastone, inseparabile compagno di viaggio da dopo lo scontro con
l'Idrofago, e con passo zoppicante, ma deciso, si diresse verso la
tempesta facendo cenno a Nicholas di nascondersi insieme alla sua
gente. Ci volle mezz'ora prima di arrivare davanti alle nubi furenti,
il vento lo aveva aggredito con la sua forza, più di una volta
Ryestraw si fermò per non cadere a terra.
Ogni passo all'interno
della tempesta era una sofferenza, le raffiche si facevano più forti
e violenti, lo colpivano alla gamba destra, come se sapessero, come
se fossero vive.
Cercarono di strappargli
il bastone dalle mani, ma il Nomade era forte e resistette sino a
quando una folata non lo colpì in pieno volto facendolo rotolare al
suolo e in quell'istante Ryestraw credette di udire una terribile
risata che fece tremare tutto il suolo.
Provò a rialzarsi, ma il
vento continuava a sferzarlo, a spingerlo e a tormentarlo, ogni volta
che si rialzava un colpo allo stomaco lo faceva cadere a terra ed
ogni volta che la sua faccia picchiava contro la terra si udiva
nell'aria quella terribile risata.
« E così ti stai
divertendo!? » gridò il Nomade alla tempesta, sputando sulla sabbia
sangue e alzandosi dal suolo.
Un rombo più forte
scosse le nubi, un lampo illuminò la tempesta, il cremisi fu tutto
attorno a lui.
Una raffica fu la
risposta che il Nomade ricevette, ma questa volta egli non cadde, non
perché il colpo dell'avversario non fosse abbastanza potente,
tutt'altro quella folata avrebbe potuto abbattere una foresta intera,
sollevare acque, ma non superare le difese che Ryestraw aveva alzato
all'ultimo secondo, con un sorriso compiaciuto sulle labbra.
« Pensavo che Koron
potesse fare di meglio, solo una leggera brezza? Allora è vero
quello che si dice, è vero che stai invecchiando. » lo schernì il
Nomade.
Ryestraw si vide
sollevarsi da terra, avvolto da una corrente talmente furiosa da
rendere di fuoco l'aria stessa. I suoi occhi color mogano videro la
tempesta vorticare velocemente su sé stessa, c'era un unico
desiderio in quel vortice di rabbia e potenza: la morte del Nomade.
Koron non tollerava la loro esistenza,
un insulto alla sua magnificenza, al suo potere di creazione, per
questo il piccolo uomo sarebbe stato schiacciato e con lui la gente
che da quelle era fuggita come ratti che abbandonano una nave che
affonda.
Come sempre tendi a
sottovalutarci e a farti cogliere dall'ira. Quando imparerai Koron?
pensò triste Ryestraw, mentre si preparava a mettere in pratica il
suo piano.
La
sabbia gli turbinava attorno senza però sfiorarlo, il vento soffiava
senza smuovere le sue vesti, nella sfera di Lascito il Nomade era al
sicuro, ma non poteva attendere oltre. Ryestraw lasciò che il suo
potere fluisse libero per tutto il suo corpo, si sentì invadere da
un'energia magnifica, sapeva di poter essergli eguale, anzi di
poterlo persino superare, se solo avesse voluto poteva farlo
scomparire per sempre, ma a quale prezzo.
Chiuse
gli occhi e concentrò tutto il suo Lascito, non poteva commettere
errori, la sua vita danzava su un sottile filo di seta, la minima
incertezza lo avrebbe condotto alla morte, il Nomade sudò freddo, in
quella settimana era già la sesta volta che rischiava la vita.
È la vita che ho
scelto di fare, lamentarmi ora è inutile. Coraggio Ryestraw
concentrati e diamo inizio allo spettacolo.
La
immaginò, una splendida corrente d'aria opposta a quella della
tempesta, egualmente forte e indomabile, la sentiva dentro, sapeva di
poterla creare e quando usarla, non c'era più il timore nella sua
mente, non c'era più la paura di fallire. Abbassò le difese,
permise alla forza del vento di ghermirlo tra le sue spire, di
stringerlo sino a farlo urlare dal dolore, le sue costole si
piegarono sotto la potenza della tempesta e nel momento in cui la
morte venne ad abbracciarlo il suo Lascito agì.
Ciò
che prima era di Koron ora gli apparteneva, le armi del suo nemico
erano ora le sue e poteva rivolgergliele contro; la corrente che
aveva immaginato divenne reale nell'istante in cui il Lascito aveva
fatto il suo corso.
Nulla
al mondo poteva descrivere l'abbraccio di due masse d'aria di eguale
potenza, il loro odio e amore e quella danza che sembrava poter
esaltare il valore della natura, della vita stessa. Nulla poteva
descrivere ciò che i Domatori vedevano, sensazioni, esperienze che
la parola avrebbe solo reso più opache, una beatitudine che solo
quei pochi dannati poteva conoscere.
Ryestraw
si lasciò inebriare da quell'ambrosia, raggiungendo per un solo
secondo la serenità che da una vita cercava, si sentì in pace con
sé stesso, coi suoi demoni e con il mondo intero, i rimorsi erano
scomparsi, il senso di colpa svanito come la bruma mattutina alla
prima brezza, fu solo per un secondo, solo per un istante, poi tutto
terminò.
Ciò
che il Nomade aveva domato, la corrente d'aria che la sua mente aveva
immaginato e plasmato, ebbe il sopravvento su quella di Koron e ciò
che fu meraviglioso crollò, come la tempesta che rapidamente si
dissolse davanti agli occhi degli impauriti uomini.
I
superstiti circondarono in pochi minuti Ryestraw, lo chiamavano eroe,
salvatore della loro terra, ma l'uomo sapeva che tutto questo sarebbe
finito in meno di un mese, ora che li aveva maledetti la loro vita
sarebbe stata solo un eterno fuggire da Koron.
È un vero peccato
Koron che tu non sia... il suo
filo di pensieri fu interrotta dalla voce allegra e speranzosa di
Nicholas Mooste, il capo villaggio.
«
Nomade Ryestraw, la ringrazio a nome di tutto il villaggio, le ci ha
salvato la vita, ma soprattutto ha salvato la nostra terra. »
Ryestraw
non ascoltò le sciocche parole di quel piccolo uomo, passò lo
sguardo sopra la folla che si era radunata intorno a lui, solo per
scoprire con immensa tristezza che le sabbie erano già svanite, solo
per capire che aveva combattuto con una Roes, una delle tante
emanazioni di Koron.
«
Costruiremo una statua in suo onore Nomade Ryestraw, non
dimenticheremo mai ciò che ha fatto per noi. » continuò a dire
Nicholas, senza accorgersi che il Domatore non lo stava nemmeno
considerando, la sua mente era altrove.
Gli
occhi mogano di Ryestraw continuavano a fissare la valle florida
prima di sabbia, cercando di comprendere come una Roes avesse potuto
attaccare una terra protetta dal Lascito di altri Domatori.
Ed il mio Lascito non
avrebbe dovuto funzionare, che cosa sta accadendo qui?
si chiese il Nomade prima di posare il suo sguardo su Nicholas.
«
Capo villaggio Mooste avrei una domanda da farle? » chiese il Nomade
interrompendo il fiume di parole che usciva dalla bocca del giovane.
«
Qualsiasi cosa. »
«
Che fine hanno fatto le volpi? »
Lo
stupore sul volto di Nicholas si sarebbe voluto tramutare in
divertimento, ma gli occhi castani del Nomade erano cupi e seri.
«
Le...le volpi vuole sapere? Se non mi sbaglio se ne sono andate circa
un mese fa, dopo aver capito che le nostre galline non si toccano. Ma
perché me lo chiede? »
Un
potente destro fu la risposta di Ryestraw, il pugno fece cadere a
terra il capo villaggio, lasciando la folla in un silenzio di timore.
Tutti rimasero ad osservare la scena, nessuno si sarebbe mai permesso
di attaccare un Domatore, si diceva fossero in grado di tramutarti in
pietra oppure di renderti della stessa essenza dell'aria.
«
Mai, mai cacciare una volpe dalla sua casa, per quante galline rubi.
Le volpi vi hanno protetto per tutto questo tempo da Koron ed ora che
non ci sono più solo i Cento sanno cosa vi accadrà. » tuonò il
Nomade. « Avete meno di un mese per trovare una nuova terra, passato
questo periodo Koron tornerà coi suoi Gangin Rocciosi e quando ciò
accadrà io non vi difenderò. »
Ryestraw
si fece largo tra quelle quindici anime perdute, vecchi e malfermi,
decise di non rimanere un solo minuto in più, perché altrimenti
avrebbe portato a termine l'opera della Roes.
La
sua mente era un turbinio di pensieri, Koron, l'Area, i Cento e la
loro corruzione, gli uomini e la loro ignoranza, lui stesso e il suo
strano senso della giustizia, ma soprattutto i suoi demoni. Ryestraw
si sentiva più vicino a Koron di quanto non credesse, quel giorno
non avrebbe voluto distruggere la Roes, anzi l'avrebbe persino
aiutata a completare la sua opera e le parole rivolte a quel
villaggio erano vere, non li avrebbe aiutati, sarebbe rimasto a
guardare i Gangin ucciderli come bestie e non avrebbe provato niente.
L'uomo
sentiva l'estremo bisogno di riposarsi, l'ultima volta che aveva
dormito serenamente risaliva alla sua infanzia, quando ancora non
aveva il Lascito. Il Lascito, un grande potere, quello di plasmare il
mondo secondo il proprio volere con la sola immaginazione, ma allo
stesso tempo la più terribile della maledizioni, perché plasmare la
propria terra voleva dire contrastare i desideri di Koron e Koron era
il mondo in cui egli stesso viveva.
Il
ruscello che aveva davanti poteva seccarsi in un istante se solo Lui
avesse voluto, le montagne diventare pianure prima del tramontare del
sole e i mari divenire distese di fuoco prima dell'inizio del nuovo
giorno, un mondo che odiava il genere umano con tutto il suo essere e
che dall'alba dei tempi cercava di distruggere, per questo i Nomadi
umani erano le creature che Koron odiava più di tutte, ma non erano
le uniche.
Ryestraw
immerse la testa nel ruscello, l'acqua fredda placò il suo spirito,
si guardò il volto e gli spuntò un triste sorriso. Aveva poco più
di trenta inverni e molti dei suoi capelli erano grigi, gli occhi
color mogano stonavano col naso rotto, un simpatico
regalo di un Gangin Roccioso. Un profondo taglio sulla guancia
sinistra era il segno lasciatogli dal morso di un Idrofago e quella
bestia non gli aveva donato solo quello.
Quando sarà stato?
pensò Ryestraw, poco prima che i ricordi lo avvolgessero.
Lo
specchio d'acqua era limpido, piccoli pesci nuotavano veloci su di un
fondale di ciottoli, acqua cristallina, pura e fresca. In lontananza,
nella boscaglia, si sentiva un cantare di fringuelli e se l'orecchio
fosse stato fine si poteva persino udire il martellare del picchio.
Ryestraw
guardava questo mondo con occhi felici, si sentiva forte e immortale
in quella terra così calda e accogliente, si guardò nelle acque
limpide del laghetto, era sempre stato un po' vanesio.
I
suoi occhi mogano erano perfetti sul suo viso, il suo naso era
perfetto e i suoi lunghi capelli castani cadevano dolcemente sulle
spalle.
Vestiva
di pelle morbida e portava con sé nel cuore sogni e speranze, era
uscito dall'Area perché quello era un ambiente corrotto, dove solo i
privilegiati venivano protetti, lui era un giovane idealista che non
riusciva a tollerare le condizioni di miseria della sua gente, voleva
cambiare le sorti dell'uomo.
Il
giovane Domatore credeva che Koron fosse solo un'invenzione dei
Cento, un modo come un altro per tenere a freno le masse ignoranti,
ma lui non era un idiota, aveva studiato e sapeva che nulla al mondo
poteva fare ciò che i suoi insegnanti dicevano.
Il
canto dei fringuelli lo cullò, l'erba fresca e morbida fu il suo
letto e la brezza primaverile lo condusse dolcemente nel regno dei
sogni facendo dimenticare al ragazzo la prima lezione che viene
impartita ad un Domatore: mai dormire.
Il
giovane Ryestraw sembrava una di quelle creature della foresta, in
quei morbidi abiti di pelle e in quell'arroganza giovanile che
caratterizzava tutti gli uomini, tutta la gente della sua specie. La
sua carne era morbida e fresca, il suo sangue caldo sarebbe sceso
veloce nella sua gola. Una splendida preda addormentata, indifesa e
in quelle terre essere indifesi equivaleva alla pura e semplice
morte.
Scivolò
dentro il laghetto e del regno delle acque non rimase più nulla, la
creatura le aveva assimilate dentro il suo infame essere, tra le sue
spire ora giacevano, soffocati dall'aria, quei piccoli pesci che
prima nuotavano forti e liberi, non si udiva più alcun cinguettio,
il picchio taceva, l'erba si seccò e il vento divenne freddo, ma la
bestia non si accorse di tutto questo, i suoi occhi erano puntati sul
giovane Domatore.
Poteva
sentire il suo Lascito scorrere forte nelle sue vene, sarebbe potuto
diventare uno dei migliori se solo non si fosse addormentato, se non
avesse decretato da solo la sua morte.
Ora
la creatura era a venti passi da lui, sentiva il profumo della sua
pelle, era fresco come una rosa, quante donne avrebbe potuto
corteggiare e portare nel suo letto se solo non si fosse
addormentato, ma ormai non aveva più importanza, la bestia lo sapeva
e decise di lanciarsi all'attacco. Con un rapido scatto gli fu
addosso, il sangue sgorgò dalla guancia sinistra seguito dall'urlo
di sorpresa di un giovane che si era destato pochi istanti prima,
salvandosi così la vita.
Ryestraw
e la creatura si fissarono, gli occhi mogano del Domatore videro in
quel boa argentato il volere di Koron, la bestia sibilò e partì di
nuovo all'attacco.
Si
muoveva veloce, talmente veloce da confondere il suo avversario che
non seppe pronunciare alcuno degli incanti che i Cento gli avevano
insegnato, vedeva nei suoi occhi la paura e la morte certa e questo
piacque all'Idrofago. Il boa argentato sapeva di avere il ragazzo
alla sua mercé e subito si avvolse attorno alla sua gamba destra,
dopo averlo immobilizzato se lo sarebbe gustato con delizia.
Ryestraw
non sapeva cosa fare, non era pronto per questo, non pensava che le
storie dei Cento fossero reali, il panico ormai lo aveva sopraffatto
e tutte le sue azioni erano prive di senso. Provò ad usare il suo
Lascito, ma non aveva la giusta concentrazione per immaginare
la contromossa, poi quando l'Idrofago gli fu sulla gamba destra non
comprese più nulla. Sentì i liquidi del suo corpo migrare verso il
boa argentato, le sue spire strinsero l'arto sino a spezzarlo, il
ragazzo riuscì solo a lanciare un urlo straziante. Aveva gli occhi
spalancati per il dolore e la paura, gli tremavano le mani, sentiva
quella cosa sulla sua pelle, aveva paura, stava per morire, lo
sentiva, poi qualcosa scattò in lui.
La
paura scomparve, il dolore svanì, rimase solo il primordiale istinto
di sopravvivenza, colpì, con la gamba offesa, violentemente il
terreno sino a quando l'Idrofago non si allontanò stordito, poi
strisciò verso il laghetto vuoto.
Il
ragazzo era sfuggito alla sua presa, aveva commesso un errore, non
gli aveva lasciato alcuna via di fuga, lo aveva stordito e per questo
doveva soffrire ancora di più, una creatura così infima non poteva
permettersi in alcun modo di ferirlo, non ci sarebbe più stata
gentilezza. Strisciò veloce verso lo specchio vuoto e saltò contro
il giovane Domatore, solo per trovarsi gettato a terra, colpito con
violenza da un sasso. La botta gli aveva ferito un occhio, quindi
poté assistere alla scena solo con quello sano, vide il ragazzo
estrarre dalla terra una lancia di pietra, sentì il potere del suo
Lascito agire. Per la prima volta la creatura ebbe paura, cercò di
fuggire, solo per sentire delle lame di roccia conficcarsi nel suo
corpo, sentì i passi del Domatore avvicinarsi e la lancia che aveva
tra le mani sfondarle il cranio.
Fu quella la prima
volta che compresi il potere di Koron e il suo spietato desiderio di
ucciderci tutti. Nei giorni successivi compresi che la mia gamba non
sarebbe più tornata normale, aveva perso troppi liquidi e si era
come accorciata.
E ho capito che un
Nomade non si può permettere certi lussi.
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